L’esordiente

Si aggiunse anche un uomo che non era dell’ambiente. Gilet aperto sul torace nudo, jeans logori e scarpe a punta; e sebbene fosse occupata solo la prima fila, lui andò a sedersi in fondo.

Amelia aprì il suo romanzo e cominciò a leggere. 

Erano venuti a sentirla la sorella Giulia, un collega dell’amministrazione e un’ex compagna di università. Poi c’erano i coristi della parrocchia e gli affezionati a quel genere di serate: altri aspiranti scrittori, soci del club di lettura della biblioteca. 

Non aveva avuto dubbi su quali parti leggere: le conversazioni da cui si evinceva la superficialità della compagnia finanziaria nei confronti dei piccoli azionisti, il coma della protagonista e la sua decisione, una volta guarita, di liquidare la società corrotta che dirigeva, e di voltare pagina.

Le tremava la voce per l’emozione. Questa è la mia nuova vita, si disse Amelia, una vita fatta per l’arte, è quella che desideravo, devo solo sperare che continui così e ancora più di così, e alla fine cosa sarà mai parlare in pubblico. 

Finita la lettura, qualcuno venne a farsi fare l’autografo. 

Lei si metteva il libro sulle ginocchia e chiedeva con voce riconoscente: “Come si chiama lei?” Poi scriveva sulla prima pagina: al tal dei tali, buona lettura, Amelia.

Le chiesero l’autografo anche Giulia e il collega dell’amministrazione, e Amelia disse “Noi ci vediamo tutti i giorni, posso farvi quante firme volete”. Ma sua sorella, che era più grande e sapeva sempre come toglierla dall’imbarazzo, rispose: “Questo è il momento adatto, Amelia. Così è più speciale”. 

Da ultimo arrivò anche lo sconosciuto che si era seduto in fondo alla biblioteca. Amelia pensò che d’ora in poi l’aspettava l’esistenza piena, quella ricca di incontri inattesi, di sorprese. Anche se a guardarlo bene, nonostante avesse i capelli pieni di gel e il gilet aperto, quel tizio le ricordava qualcuno che conosceva. 

Rimaneva immobile in silenzio, ad osservarla con sguardo truce. Amelia smise di sorridere.

“Le posso firmare il libro?” chiese. Nemmeno nella sua più terrificante paranoia avrebbe potuto immaginare la reazione dell’uomo, che si chinò verso di lei e urlò:

“Hai il coraggio di chiedermelo? Firmare questa schifezza?” 

Amelia si fece rossa di rabbia e di vergogna. Si guardò intorno. Nessuno sembrava essersi accorto di niente.

Il collega aveva preso a sfogliare un libro appena tirato giù da uno scaffale. Giulia e l’amica di università conversavano amabilmente con i coristi della parrocchia.

Forse era così che bisognava fare: fingere che niente fosse, restare calmi e indifferenti perché non era possibile che quell’uomo ce l’avesse con lei personalmente, anche questo faceva parte della nuova vita di Amelia: il fatto di ricevere le attenzioni degli strambi e dei rancorosi in circolazione; per quello Amelia avrebbe preferito aspettare, ma era andata così. Scivolò via dalla sedia senza dire niente e raggiunse il suo gruppo.

“Grazie a tutti di essere venuti”, disse, “dobbiamo andare ora, la biblioteca chiude tra poco”. Completò il giro dei saluti e uscì senza guardarsi troppo intorno. L’auto era parcheggiata proprio dall’altro lato della strada. Tirò fuori il cellulare dalla borsa, ma si accorse che non c’era campo.

Davvero, si disse, era impossibile che il romanzo lo avesse disgustato fino a tal punto. Oppure no? Se almeno fosse riuscita a capire il perché di quell’aria famigliare.

Mentre tirava fuori le chiavi dell’auto, l’uomo le si materializzò di fronte. 

“Che cosa vuole da me, insomma?” gridò Amelia. “Io non la conosco, non le ho fatto niente”.

“Non mi conosci? Mi hai illuso che contassi qualche cosa per te, e poi mi hai cancellato”, rispose lui.

Ecco, pensò Amelia con sollievo, deve trattarsi di uno scambio di persona. 

“Guardi che mi confonde con qualcun’altra. Parliamone, sono sicura che potremo chiarire tutto”.

“Non mi fido più delle tue parole!” La lama di un coltello luccicò tra le mani dello sconosciuto. Amelia cacciò un urlo e tornò correndo verso la biblioteca. Le luci alle finestre erano già spente. Erano andati via tutti. 

Continuò a correre per la strada, chiamando aiuto. In giro non c’era più nessuno. L’uomo la tallonava da vicino, minacciandola con il coltello. 

“Devi sparire dalla faccia della terra”, gridava.

“Aiuto…”

A un certo punto si infilò in una stradina laterale. Il marciapiedi si restringeva per un intervento alla rete del gas. Amelia raggiunse la sbarra che delimitava i lavori di scavo e ci si appoggiò per riprendere fiato. 

Una donna dalla folta capigliatura riccia uscì sul balcone del palazzo di fronte. Amelia pensò di essere salva, gridò aiuto. Ma la sconosciuta rientrò in casa come se nulla fosse. Amelia si voltò indietro e si accorse con orrore che anche l’uomo aveva svoltato nella via. 

Allora si accucciò a terra, raggiunse il bordo della fossa, ci entrò dentro e si coricò sopra ai tubi del gas semi emersi dal terreno, giungendo le mani sul petto. Ci stava dentro tutta, dritta sdraiata. Chiuse gli occhi.

“Questa è la mia tomba!” gridò con voce ferma e risoluta. “Sono morta, non esisto più”.

Rimase immobile ad aspettare per un tempo infinito, fino a quando il battito del suo cuore non tornò normale e il profumo della terra umida che la circondava non le parve più tanto acre. Alla fine si addormentò.

Il ticchettio dei passi e le voci sommesse dei primi passanti del mattino la fecero svegliare. Si issò a sedere fuori dalla buca e si alzò in piedi, rimanendo prudentemente sul bordo dello scavo. Guardò in tutte le direzioni. L’uomo era scomparso. 

Prese il cellulare e compose il numero della sorella. 

“Sono stata aggredita dallo sconosciuto” disse, con un filo di voce.

“Che cosa? Quale sconosciuto?” 

“Quello con il gilet scuro e le scarpe a punta”.

Giulia tirò un sospiro di sollievo. “Ah, quello. Secondo me hai fatto bene a levarlo dalla storia”, disse.

All’improvviso Amelia si rese conto di chi le ricordasse l’uomo. Somigliava a un personaggio che aveva inserito nella prima versione del romanzo.

“Non hai capito, Giulia. Sto parlando di un tizio in carne ed ossa. Mi ha inseguito per la strada dicendo che mi avrebbe uccisa. Alla fine non è successo niente di grave. Solo un brutto spavento”.

“Dio santo, Amelia. Quando è successo?”

“Ieri sera, subito dopo il reading. Fuori dalla biblioteca”. 

“Indossava un gilet e scarpe a punta?”

“Sì. Un gilet senza niente sotto, proprio come nel mio romanzo. Per caso avevi fatto leggere a qualcun altro la versione dove c’era lui?” 

“Assolutamente no, figurati”.

“Che cosa hai pensato quando si è presentato ieri, in biblioteca?”

“Io non mi ero neanche accorta che ci fosse”.

“Mi sta chiamando il collega, ti metto un attimo in attesa. Pronto? Sì, sto arrivando… mi ha fatto piacere che sei venuto… Non crederai a quello che mi è successo questa notte. Hai presente il tizio con il gilet che ha gridato contro di me in biblioteca? …Non sai di che cosa sto parlando? Non fa niente. Ci vediamo tra poco. Pronto Giulia, ci sei ancora? Anche il mio collega dice di non averlo visto”.

“Ho recuperato la prima bozza della storia, l’avevo conservata, e ho trovato il punto in cui c’era lo sconosciuto. Ecco che cosa scrivevi. Il vicolo era isolato e buio, ma la strada principale era bloccata dalla parata. Emilia era sfinita dalle accuse dei piccoli investitori. L’unica cosa che le importava era tornare subito a casa e dimenticare tutto. All’improvviso, una figura scura si staccò dal muro. Emilia intravvide un luccichio di capelli impomatati sotto alla luce del lampione, poi lo sconosciuto roteò il busto, che aveva avvolto in un gilè scuro sulla pelle nuda, e le affibbiò un colpo di coltello all’altezza dell’ombelico. Una donna dai capelli ricci e vaporosi stava osservando la scena dal balcone di casa sua, ma rientrò in casa come se nulla fosse. Emilia fece ancora in tempo a vedere le scarpe a punta del malvivente, prima di accasciarsi a terra. Si ritrovò in un letto di ospedale, lottando tra la vita e la morte”. 

Ci fu un attimo di silenzio, poi Giulia continuò: “La parte in cui Emilia è in ospedale è la mia preferita. E’ lì che decide di chiudere la società di investimenti per andare a fare la volontaria in Africa”. 

Amelia emise un sospiro. “Forse avrei dovuto tenere lo sconosciuto, nel romanzo”, disse.

“Ma no, è giusto così. Anziché venire aggredita da un ladro, Emilia ha avuto un tracollo nervoso. E’ stata la sua coscienza a portarla ad ammalarsi, fino a farla entrare in coma. Lo sconosciuto non era necessario, preferisco di gran lunga la versione in cui sta male da sola e non per cause esterne”.

“Però la sua coscienza non è stata abbastanza forte da farle mantenere il proposito di andare in Africa, e appena è stata meglio ha ripreso a fare quello che faceva prima. Una coscienza così non ti manda in coma… Non sta in piedi”.

“Certo che sì. Emilia ha espiato le sue colpe con il coma e con la degenza in ospedale, per questo non ha avuto problemi a ricominciare ad investire in borsa”.

“Pensi che la storia regga così?”

“Assolutamente sì”. 

Amelia ci pensò un attimo, poi scosse la testa: “Lo sconosciuto poteva avere un senso, invece. Poteva far maturare un senso di ingiustizia verso le sorti della protagonista, rendendo ancora più forte la delusione del lettore per il suo voltafaccia finale”.

“Emilia non sarebbe passata dalla parte della vittima, non dopo quello che aveva fatto agli investitori. Dammi retta. Lo sconosciuto arrivava dal nulla, non aveva motivi validi per farle del male. Era troppo forzato”.

“Hai ragione”, convenne Amelia.

“Dai, stai tranquilla”. 

“Ok”.

“Vuoi che venga a farti compagnia?”

“No, grazie”. 

“Sicura?”

“Sì. E poi mi aspettano in ufficio. Ciao Giulia”.

“Ciao, Amelia”.

Amelia si pulì la polvere di dosso meglio che poté, oltrepassò con cautela la sbarra che delimitava gli scavi e si inserì nel flusso dei passanti che si stavano recando al lavoro.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: