La formica

Di rientro dalla corsa mattutina che ancora albeggiava, il padre richiuse la porta con un tonfo che rintronò per tutta la casa, neanche le avesse dato uno schiaffo per farla risvegliare.

Le gocce di pioggia ticchettavano contro i vetri della finestra della camera da letto.

La madre stava sbattendo gli armadietti della cucina, mentre preparava la colazione.

Erano tutti impegnati a fare qualche cosa tranne Ada, che riuscì giusto a rigirarsi tra le lenzuola. Devo alzarmi o farò tardi, pensò. C’era una tale differenza tra il rimanere a letto e il prepararsi per la scuola. Era come un passaggio di stato innaturale. Come far produrre latte a una formica. Impossibile! Ci provò in quel momento suo padre, che le disse di alzarsi o non sarebbe arrivata a scuola in tempo. Niente da fare. Fece un tentativo anche sua madre, con tono suadente e cantilenante: “Ada, dai, che la colazione è pronta”.

Si ritrovò in cucina. Il grosso dei nodi che le si formava tra i capelli era stato districato. Al posto del pigiama, indossava jeans e un golfino azzurro un po’ sformato. Non sapeva come fosse arrivata fino a lì. Era normale andare in trance, dopo uno sforzo innaturale! 

Nel frattempo il padre era in garage, il rombo del motore acceso a ricordarle che era tardi. C’era anche la sorella minore seduta dentro l’auto, ad aspettarla.

La madre si appostò al tavolo della cucina. Indossava una vestaglia di pile con sopra disegnati dei fiori, allacciata in vita con la cintura. La spronava con lo sguardo a fare presto, a ingollare i biscotti in un sol boccone.

Ada cercò di scuotersi e si voltò a guardare sua madre. 

A ripensarci a distanza di anni, non avrebbe poi trovato grandi differenze tra quella donna e la socia dello studio in cui sarebbe andata a lavorare. Anche in quel caso avrebbe fatto una fatica del diavolo per arrivare in tempo, sempre con esiti insoddisfacenti.

Un giorno, una donna con un abito a sirena dai motivi si sarebbe trovata di fianco alla sua scrivania, lo sguardo fisso sul suo monitor, in attesa della riunione con il cliente. 

“La presentazione è pronta?” La socia avrebbe saputo far meglio, certamente. Ma non era compito suo scrivere le presentazioni, lei si limitava ad esporle. Ada avrebbe annuito con poca convinzione, ripensando alla fatica di mettere insieme i dati nel modo più corretto, nel tentativo impossibile di far produrre latte alla formica. 

Se almeno avesse chiesto aiuto alla collega dai capelli lisci, l’ultima arrivata, che si era guadagnata immediatamente la stima di tutti. Ma aveva preferito non darle la soddisfazione di mettere becco nella sua presentazione. Ed ora eccola lì, seduta dall’altra parte della stanza, con i capelli morbidi e ordinati che le ricadevano docili sulle spalle, l’espressione tranquilla e composta. 

La socia intanto controllava le slide, cercando errori e sviste. Aveva un tic della lingua che ogni tanto le saettava fuori dalle labbra. 

Anche la madre aveva quel vezzo del muovere la bocca, mentre Ada faceva colazione. Come se la soluzione per farle fare presto fosse sostituire la propria bocca a quella della figlia, per buttare giù prima il latte e i biscotti. Ad un certo punto cominciava a masticare, pur non avendo nulla tra i denti. Ma non era possibile. “È tutto a posto?” chiese ancora la madre. Un altro passaggio che non c’era modo di fare, e un altro blackout.

Ada si ritrovò di fianco al padre, in auto. Vide dallo specchietto retrovisore la sorella, seduta sul sedile posteriore, composta e rilassata. A lei non erano occorsi vari passaggi di stato per ritrovarsi dov’era. I capelli le scendevano dolcemente sulle spalle, senza grossi accomodamenti. 

Si ritrovarono nel traffico dell’ora di punta. Il cielo sembrava di cemento, tanto era chiuso e compatto. Grosse gocce urtavano sul parabrezza, in successione rapida. Il padre cominciò a strepitare. “Non arriveremo mai in tempo!” 

Le tremava lo scheletro sotto la pelle, ad ascoltare quelle urla, non poteva farci niente. Un tuono si aprì un varco nel grigiore, torreggiando a lungo sulle loro teste.

Ma non era pioggia quella che si sentiva. Era il frastuono del trapano. Nell’ufficio di sopra stavano facendo dei lavori di ristrutturazione. “Rovineranno la mia riunione,” si lamentò la socia, allontanandosi dalla scrivania di Ada e incamminandosi per l’ufficio con la faccia rivolta verso l’alto, “non è questa l’ora di fare baccano!”

Ad Ada lo scheletro sotto la pelle fremeva ancora. Sarebbe andata subito a controllare che cosa stesse succedendo.

Corse fuori dall’ufficio, salì le scale e suonò il campanello. La porta si aprì. 

Lì per lì faticò ad individuare la natura di ciò che aveva di fronte. L’essere stava dritto in piedi, scuro e quasi completamente calvo, e aveva occhi sporgenti ai lati della testa. All’altezza delle sopracciglia, due grossi peli ritti si muovevano lentamente, come un paio di antenne. I lunghi denti segmentati fuoriuscivano dalla bocca chiusa. Era minuto, ad eccezione dei tre globi tondeggianti posti lungo la corporatura. 

“Entri pure”, le disse l’essere dalle sembianze di formica, con un tono gentile, spostandosi di lato per lasciarla passare. “L’aspettavo”.

Ada si introdusse nell’ufficio, piena di aspettative.

Dopo tanti passaggi di stato era riuscita ad arrivare, finalmente.

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