La cupola

Sebbene l’impianto alle finestre sia nuovo, questa mattina ha avuto un malfunzionamento e uno spiraglio di luce è potuto entrare nella mia stanza. Prima che arrivassi io, l’impianto per far chiudere le imposte non c’era. La proprietaria lo ha fatto installare quando mi ha affittato l’appartamento. 

Mi sono svegliata di soprassalto, terrorizzata, ma ho avuto la prontezza di spirito di tenere gli occhi chiusi. Mi sono tirata il lenzuolo fin sopra la testa, e facendo in modo di restare ben coperta, ho preso il telecomando sul comodino e ho fatto chiudere le imposte. 

Mentre compivo questa operazione, con la massima cautela ho cercato di indovinare la posizione del raggio luminoso per evitare di imbattermi accidentalmente in esso, ma attraverso le palpebre chiuse ho percepito solo un baluginio indistinto.

Quando si è fatto tutto buio sono scivolata fuori dal letto, ho acceso la luce, mi sono spogliata e mi sono sottoposta ad un lungo esame davanti allo specchio, controllando ogni centimetro del mio corpo.

Fortunatamente, la pelle sembrava illesa. Era liscia, normalmente idratata, non aveva cambiato colore. 

Ho chiesto all’assistente vocale di fissarmi una visita medica per precauzione, e di avvisare la proprietaria perché mandasse qualcuno di fidato, a verificare l’impianto. Mi sono accorta che mi tremava la voce. Gliene avrei raccontate quattro, alla proprietaria. Sicuramente avrebbe voluto risparmiare, ingaggiando un operaio senza autorizzazione, uno di quelli che lavorano notte e giorno, con la tuta schermante, pur di battere la concorrenza, e commettono reato, e mettono tutti in pericolo.

Più tardi, mentre ero sotto la doccia, mi sono resa conto che non era stata la luce a svegliarmi, ma un suono. 

La paura stava passando, e riafforavano alla memoria i dettagli di quei brevi attimi, prima del risveglio. 

Avevo udito un suono e percepito – pressoché nel medesimo istante – una situazione di pericolo. Poi mi ero accorta che l’impianto non aveva funzionato, e che il sole stava entrando nella mia stanza.

All’improvviso ebbi la certezza che quel suono non fosse altro che un messaggio, e che mi avesse raggiunto grazie alle onde luminose. 

Naturalmente non avevo modo di verificarlo. Avrei dovuto indossare la tuta schermante, manomettere il timer dell’impianto e far aprire le imposte. Ma aprire le imposte di giorno e indossare la tuta al di fuori dei motivi consentiti, sono azioni severamente vietate. 

Ho finito di fare colazione, mi sono vestita, sono scesa in seminterrato e mi sono incamminata verso l’università, lungo la via sotterranea principale.

I miei genitori abitano ancora sotto la cupola. Non nella zona più ricca. Ma possono permettersi di uscire durante le ore del giorno, e guardare il sole che splende nel cielo. In realtà non è veramente sole, ma dopo un po’ ce lo si dimentica. Invece ai bambini si racconta che è proprio sole. Sole filtrato e reso innocuo dalla cupola, che fa da scudo ai suoi raggi velenosi. Fino a quando qualche ragazzino più grande comincia a raccontare che si tratta di luce artificiale, e la bugia non regge più.

Veramente io l’ho sempre saputo, anche quando era bambina. I miei genitori non hanno mai indorato la pillola. Mi sarebbe piaciuto che mi raccontassero una bugia a fin di bene. Sarebbe stata una forma di gentilezza nei miei confronti, un modo per rendere il mondo meno pericoloso, e gli errori degli esseri umani meno irreparabili. Ma i miei hanno sempre trascurato certe forme di consolazione. 

Le ritenevano superflue, se non dannose. Per un periodo ho creduto che lo facessero perché convinti che la loro pura esistenza (senza fronzoli, messaggi consolatori o inutili cortesie) dovesse bastare a tutto ciò di cui potessi aver bisogno. Ma crescendo mi sono resa conto che se tendevano a ridurre all’osso qualsiasi forma di attenzione, era semplicemente perché erano stanchi.

Quando ero piccola evitavamo di uscire dalla cupola. Se mi avessero detto che un giorno mi sarei ritrovata a vivere addirittura al di fuori di essa, avrei pensato ad uno scherzo. Certamente mi sarei sentita offesa e scandalizzata nei confronti di chi mi avesse vaticinato una follia simile.

Non avrei mai creduto di potermi assumere quello che allora mi sembrava un rischio certo per la sopravvivenza fisica. Né di poter trasgredire fino a tal punto al volere dei miei genitori.

Una volta è capitato di dover lasciare la cupola, da bambina, ed è stato tremendo. Prima di morire, mio nonno aveva chiesto di venire seppellito secondo il rito tradizionale. Mia madre non ha mai perdonato a mio padre di averci dovuto trascinare fuori dalla cupola per il funerale del nonno. Anche se è avvenuto all’una di notte, il fatto di trovarci così esposti al cielo naturale, e la possibilità che per qualche motivo impensabile non riuscissimo a raggiungere la via sotterranea prima dell’alba, è stato un motivo di apprensione terrificante sia per mia madre che per me. A nulla sono valse le rassicurazioni sulla presenza degli operatori sanitari, che sempre accompagnano eventi di questo genere. 

Io volevo bene al nonno, ma in quel momento non ho potuto fare a meno di maledirlo, per il fatto di aver provocato una lite tra i miei, e di aver messo tutti noi così in pericolo. 

Allo stesso tempo ricordo di aver sentito un sentimento di libertà e di sollievo, sotto a quel cielo nudo e crudo, che non avevo mai provato.

Ora ho capito che sta tutto nel sapersi organizzare. C’è un regolamento preciso in proposito che aiuta ad evitare ogni pericolo per la salute. La prima regola è di non lasciare mai la via sotterranea durante le ore del giorno. Si può uscire all’aria aperta e passeggiare solo al calare del sole. Non si indossa la tuta schermante al di fuori dei motivi di urgenza. Le case devono essere dotate di impianti alle finestre.

Io abito vicino al deposito dei tram. 

Li sento arrivare prima dell’alba, fiacchi, a fine corsa. Il loro cigolare coincide spesso con l’impianto che mi chiude automaticamente le imposte delle finestre. Da quel momento in poi non c’è più in giro nessuno, e non si sentono altri rumori provenire da fuori, all’altezza del suolo. 

O almeno è stato così fino a questa mattina.

(Continua)

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