Al parco

Mi tocca raccogliere la popò della bambina tutte le volte che la fa dietro al cespuglio, tra la siepe e il cancelletto del parco. 

Margherita rimane ferma a guardarmi, stringendo tra le mani il fiocco che la cinge in vita, nella sua tuta blu dai grandi fiori chiari con scollo all’americana. Due treccine bionde fuoriescono dal cappellino di paglia. Si sta assicurando che compia il mio dovere.

Mi addentro nel sentiero creato dai frequenti passaggi e dal deposito di scarti vari, munita di fazzoletto di carta, e dò un’occhiata rapida a quel che resta del manto erboso.

Sono stata io a cominciare, la prima volta che Margherita l’ha fatta nel parco, diverse settimana fa. Mi ero chiesta se funzionasse come per i proprietari dei cani, tenuti a non lasciare in evidenza gli escrementi. 

Credevo che sarebbe stata un’eccezione. 

“La finiremo mai con questo giochino?” Chiedo.

“Quale giochino?” Domanda Margherita, con aria innocente. 

Questa inattesa regolarità ha qualcosa di losco. E’ un piano per umiliarmi. Fino a quando Margherita avrà bisogno di vessare il prossimo, per poter espletare i suoi bisogni basilari?

Direi che gli esami di psicologia dati in università si stanno rivelando utili. 

“Dovresti farla a casa, all’asilo, al bar…” le dico, ma al momento tutte queste soluzioni sono distanti parecchi chilometri dal parco. Ne verrò mai fuori?

Laurearmi è solo una questione di tempo. Posso già vantare una cultura universitaria. Potrei ambire ad un impiego più interessante di questo.

Ripensandoci ora, mi rendo conto di aver assimilato Margherita a un cane. 

Ma cos’altro potevamo aspettarci venendo tutti i pomeriggi al parco, in questa isola artificiale di atmosfera sospesa, depurata, creata per naufraghi e naufraghe come me e Margherita, fatta per salvarci dalle strade caotiche che ci strizzano e sovrastano da tutte le parti, ma che in realtà non ci salva affatto?

E’ naturale andare fuori di testa.

Mi vengono in mente quegli annunci che mostrano le vacanze come rimedio alla vita normale, come se la soluzione fossero i progetti ad agosto, e non lavorare meno il resto dell’anno, con meno noia e meno oppressione.

Io non mi sottoporrò a questa tortura, e una volta laureata troverò un impiego che non sia né costrittivo né alienante.

Ma intanto Margherita mi guarda come se fossi a sua completa disposizione, e il gesto che sto per compiere dimostra il mio asservimento. Lavoro sul terreno con l’estremità del fazzoletto, facendoci scivolare l’umido cilindretto all’interno. 

Di tutte le bambole parlanti che ha ricevuto, Margherita preferisce la sottoscritta. Avevo intelletto e dignità, ma sono riuscita a farmeli annullare da una mocciosa cinquenne. 

L’unico vantaggio, visto che la bambina è diventata regolare, è che ho guadagnato punti agli occhi di sua madre. 

Ma ho appena deciso che è l’ultima volta: ho intenzione di parlare con la signora questa sera stessa, per lasciare il mio incarico. 

Sarò libera, finalmente: in una parola, ecco qual è il mio destino, libertà!

Mi dirigo verso il cestino, sollevando il pacchetto tra la punta della dita. 

Basta con le attese snervanti al fianco della mia piccola protetta in fila all’altalena, rubando stralci di conversazione tra mamme preoccupate che i propri figli ricevano le attenzioni che meritano, per diritto di nascita, da maestri, coetanei e dal mondo intero. 

Lascio cadere l’orribile fagotto nel cestino. La piccola fa roteare le sue trecce compiendo una piroetta e corre verso lo scivolo. 

Basterà dire alla signora che il relatore mi ha chiesto più impegno, cosa che peraltro è vera, e che devo concentrarmi sulla tesi di laurea. 

Ancora una volta ho avuto paura del giudizio comune, ecco perché ho iniziato a raccogliere la pupù. Ho temuto di venir rimproverata pubblicamente per non aver pulito. Mi aspetto sempre una sollevazione generale per qualcosa di cui ignoro l’importanza, per questo agisco in modo sospetto e stupido. Prima o poi la sollevazione arriverà, comunque, ne sono sicura.

Rientrando verso casa, la piccola mi spiega che il bagno di casa è troppo bello per farci quella cosa.

“Ma all’asilo quali difficoltà incontri?” Le chiedo.

Non ci sono bagni di lusso nella scuola pubblica. I suoi genitori hanno deciso che la piccola privilegiata debba abituarsi a vivere con “la gente comune”, e mi chiedo se questo non sia più snob che mandarla alle private.

Margherita mi spiega che i bambini non trovano la carta igienica in bagno. Viene loro fornita, prima di entrare, dalla bidella, che domanda loro quanti quadratini gli occorrono. 

I bambini hanno diritto a un quadratino di carta igienica se fanno la pipì, due se fanno la pupù. Non uno di più.

“Io rispondo che non so quanti quadratini mi servono”, dice Margherita, “E la bidella mi da un quadratino. Per questo faccio solo la pipì”.

Non fa una piega. Le stringo la manina, mi viene tenerezza a pensare a questa giovane vittima dei sistemi educativi repressivi.

Passiamo di fronte a un’edicola.

Margherita sa che con me non c’è trippa per gatti, e si limita a fare gridolini estasiati in direzione degli amati gadget. Per una volta, decido di accontentarla. 

“Quanto costano le MOL?” Chiedo all’edicolante, indicando gli involucri colorati che nascondono le bamboline da collezione. 

La felicità totale di Margherita dura poco: il tempo di pagare (per me) e di strappare via la carta luccicante (per lei). Le sue manine sull’oggetto agognato sono come quelle di un re Mida al contrario: trasformano i preziosi in materia insulsa. E’ un classico.

E’ un fenomeno che probabilmente i professionisti del marketing conoscono bene, e che fa vendere di più. 

Si rinnova sempre l’illusione che la prossima volta sarà quella giusta, e che si riceverà il sogno, anziché una comune schifezza di plastica. 

Una volta laureata, non mi candiderò mai a lavorare nel marketing. 

Margherita ha un’espressione smarrita, inconsolabile. Le metto una mano sul cappellino, a mò di carezza.

“Avrei scelto un’altra cosa, ma tu hai voluto prendermi la MOL”, grida lei improvvisamente.

Fingo di non aver sentito, accelero l’andatura. Non vedo l’ora di riconsegnare questa bisbetica a sua madre una volta per tutte, e di riconquistare la mia libertà.

(continua)

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