1. Al parco

Mi tocca raccogliere i bisogni della bambina tutte le volte che ha un’urgenza al parco. 

Margherita aspetta in piedi, immobile. Si assicura che io compia il mio dovere. Stringe tra le mani il fiocco della tuta blu a fiori chiari con scollo all’americana. Le trecce bionde cadono giù ben dritte dal cappellino con la visiera. Mi addentro tra la siepe e il cancelletto, nel sentiero creato dai frequenti passaggi e dal deposito di scarti vari, e dò un’occhiata rapida a quel che resta del manto erboso.

Sono stata io a dare avvio a questa abitudine, la prima volta che la piccola ha manifestato l’urgenza impellente di scaricarsi. Da allora è passato un mese. Mi ero chiesta se funzionasse come per i proprietari dei cani, tenuti a rimuovere gli escrementi dei propri animali. 

Credevo che sarebbe stata un’eccezione, ma da allora Margherita non ha saltato un solo pomeriggio. 

Questa improvvisa regolarità è una strategia della bambina per umiliarmi. Fino a quando dovrai vessare il prossimo, Margherita, per espletare i tuoi bisogni basilari?

“Dovresti farla nel bagno di casa, della scuola materna, di un bar…”, le ho suggerito più volte, ma inutilmente.

Devo pazientare ancora un pò. Ho già finito gli esami in università. Laurearmi è solo questione di tempo, poi potrò trovare un lavoro migliore. Potrei già ambire ad un impiego più interessante.

Ripensandoci, mi rendo conto di aver assimilato Margherita a un cane. 

Ma cos’altro potevamo aspettarci da questa isola artificiale creata per rifugiarci dalle strade roventi di Milano? Veniamo in questo piccolo fazzoletto verde di atmosfera asfittica e stagnante ogni pomeriggio, dopo la scuola materna. Una monotonia senza fine. E’ naturale andare fuori di testa.

Mi vengono in mente quegli annunci pubblicitari che mostrano le vacanze estive come rimedio all’abbruttimento della vita normale. Come se la soluzione non fosse lavorare meno il resto dell’anno, con meno noia e meno oppressione. Una volta laureata, cercherò un impiego che non sia costrittivo o alienante.

Ma intanto sono qui, e il gesto che sto per compiere dimostra il mio completo asservimento. Lavoro sul terreno con l’estremità del fazzoletto, facendoci scivolare l’umido cilindretto all’interno e il fazzoletto che ha usato Margherita per pulirsi. Mi dirigo verso il cestino, sollevando il pacchetto tra la punta della dita.

L’unico vantaggio, visto che la bambina ora ha l’intestino regolare, è che sua madre è felice. Non smette di farmi i complimenti. Potrei addirittura chiederle un aumento. 

Ma allora sono già pronta a vendermi. Purché mi paghino bene, posso accettare qualsiasi cosa. Altro che libertà al lavoro! 

Ho appena deciso che questa sarà l’ultima volta. Non andrò più a prendere Margherita alla scuola materna. Parlerò con la signora questa sera stessa. 

Sarò me stessa, finalmente: in una parola, ecco qual è il mio destino, libertà!

Fine delle attese snervanti al fianco della mia piccola protetta, in fila all’altalena, sorbendo in silenzio stralci di conversazione tra mamme preoccupate che i propri figli ricevano da tutti le attenzioni che meritano, per diritto di nascita. 

Lascio cadere l’orribile fagotto nel cestino. La piccola si volta facendo roteare le treccine e corre sullo scivolo. 

Basterà spiegare alla signora che il relatore mi ha chiesto più impegno, cosa che peraltro è vera, e devo concentrarmi sulla mia tesi di laurea. 

A pensarci bene, ho avuto paura del giudizio comune, per questo ho iniziato a raccogliere la pupù. Temevo di venire rimproverata pubblicamente. Mi aspetto sempre una sollevazione generale per qualcosa di cui ignoro l’importanza. Dato che agisco in modo stupido e impopolare, prima o poi la sollevazione arriverà. E’ come un gatto che si morde la coda.

Rientrando verso casa, la piccola mi spiega che i bagni di casa sono troppo belli per farci quella cosa.

“Ma alla scuola materna che difficoltà ci sono?” Le chiedo. 

Di certo non ci sono bagni di lusso nella scuola pubblica. I suoi genitori hanno deciso che la piccola privilegiata debba abituarsi a stare con “la gente comune”, e mi chiedo se questo non sia più snob che mandarla alle private, dato che la scelta non è dettata dalla fiducia di trovare compagne e compagni interessanti anche in un contesto pubblico, ma dalla considerazione che in qualche modo bisognerà imparare a fare i conti con un’utenza ritenuta di basso rango. 

Margherita mi spiega che la carta igienica non si trova pronta, in bagno. La si riceve prima di entrare, dalla bidella, che in un’ottica di razionamento delle scarse risorse disponibili, domanda ai bambini quanti quadratini di carta gli occorrano. 

I bambini sanno che hanno diritto a ricevere un quadratino di carta igienica se stanno per fare la pipì, due se stanno per fare la pupù. 

“Io non so quanti quadratini chiedere e la bidella me ne dà solo uno. Allora faccio la pipì”.

Non fa una piega. Stringo la manina di questa giovane vittima dei sistemi educativi repressivi. 

Passiamo di fronte a un’edicola.

Margherita sa che non c’è trippa per gatti e si limita a fare gridolini estasiati in direzione degli amati gadget. Per una volta, decido di accontentarla. 

“Quanto costano?” Chiedo all’edicolante, indicando gli involucri colorati che nascondono le bamboline da collezione. 

Purtroppo la felicità di Margherita dura poco: il tempo di pagare (per me) e di strappare via la carta luccicante (per lei). Le sue manine sull’oggetto agognato sono come quelle di un re mida al contrario: trasformano i preziosi in materia insulsa. E’ un classico fenomeno che probabilmente i professionisti del marketing conoscono bene, e che fa vendere di più. 

Anche se ogni volta la scoperta non è all’altezza delle aspettative, si rinnova sempre l’illusione che la prossima sarà quella giusta, e che si riceverà il sogno, anziché una comune schifezza di plastica. 

Una volta laureata, non mi presterò a questo genere di strumentalizzazioni. Niente candidature a lavorare nel marketing. 

Margherita ha un’espressione smarrita. Per consolarla, le metto una mano sulla spalla.

“Io volevo un’altra cosa, ma tu mi hai preso la bambola!” urla lei improvvisamente. E’ una furia.

Faccio finta di niente. Accelero l’andatura. Non vedo l’ora di riconsegnare questa bisbetica a sua madre e di riconquistare la mia libertà.

(continua)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: