Al parco

Mi tocca raccogliere i bisogni della bambina tutte le volte che ha un’urgenza al parco. 

Margherita mi aspetta in piedi, immobile, stringendo tra le mani il fiocco della tuta blu a fiori chiari con scollo all’americana. Si assicura che io compia il mio dovere. Due treccine bionde le cadono giù ben dritte dal cappellino con visiera. Io mi addentro tra la siepe e il cancelletto, nel sentiero creato dai frequenti passaggi e dal deposito di scarti vari, e dò un’occhiata rapida a quel che resta del manto erboso.

Sono stata io a dare inizio a questa abitudine, la prima volta che la piccola ha manifestato l’urgenza impellente di scaricarsi. Nei dintorni del parco non ci sono bar. Ma da allora è passato quasi un mese.

Mi ero chiesta se funzionasse come per i proprietari dei cani, tenuti a rimuovere gli escrementi dei loro animaletti. Credevo che sarebbe stata un’eccezione, ma da allora Margherita non ha saltato un pomeriggio. 

Questa improvvisa regolarità è una strategia per umiliarmi. Fino a quando dovrai vessare il prossimo, Margherita, per espletare i tuoi bisogni basilari? Ecco che i miei esami di psicologia mi vengono in aiuto.

“Dovresti farla nel bagno di casa, della scuola materna, di un bar…”, le ho suggerito più volte, inutilmente.

Devo pazientare ancora un pò. Mi manca solo la tesi Laurearmi è solo questione di tempo, poi potrò trovare un lavoro migliore. Potrei già ambire ad un impiego più interessante.

Ripensandoci, mi rendo conto di aver assimilato Margherita a un cane. Sono stata io ad indurla a comportarsi in modo incivile? Ho forse ho provocato una vendetta brutale e distruttiva? 

Ma cos’altro potevamo aspettarci da questa isola artificiale, rifugio delle strade roventi di Milano? Ci nascondiamo in questo piccolo fazzoletto verde di atmosfera asfittica e stagnante ogni pomeriggio, dopo la scuola materna, in una monotonia senza fine, è naturale andare fuori di testa.

Mi vengono in mente quegli annunci pubblicitari che mostrano le vacanze estive come rimedio all’abbruttimento della vita normale, come se la soluzione non fosse lavorare meno il resto dell’anno, con meno noia e meno oppressione, ma aspettare agosto. Una volta laureata cercherò un impiego che non sia costrittivo o alienante.

Ma intanto sono qui, e il gesto che sto per compiere dimostra il mio asservimento. Lavoro sul terreno con l’estremità del fazzoletto, facendoci scivolare l’umido cilindretto all’interno. Mi dirigo verso il cestino sollevando il pacchetto tra la punta della dita.

L’unico vantaggio, visto che la bambina ormai ha l’intestino regolare, è che sua madre non la smette di ringraziarmi. Potrei addirittura chiederle un aumento. 

Ma allora sono già pronta a vendermi. Purché mi paghino bene, potrei accettare qualsiasi cosa. Altro che libertà sul lavoro! 

Basta, questa sarà l’ultima volta. Non vado più a prendere Margherita dopo la scuola materna. Parlerò con la signora questa sera stessa. 

Sarò me stessa, finalmente: in una parola, ecco qual è il mio destino, libertà!

Fine delle attese snervanti al fianco della mia piccola protetta in fila all’altalena, sorbendo stralci di conversazione di mamme preoccupate che i propri figli ricevano da tutti le attenzioni che meritano, per diritto di nascita. 

Lascio cadere l’orribile fagotto nel cestino. La piccola si volta facendo roteare le treccine e torna sullo scivolo. 

Basterà spiegare alla signora che il relatore mi ha chiesto più impegno per la tesi, cosa peraltro vera, e che devo concentrarmi sulla mia tesi di laurea. 

A pensarci bene ho avuto paura del giudizio comune, per questo ho iniziato a raccogliere la pupù. Temevo di venire rimproverata pubblicamente. Mi aspetto sempre una sollevazione generale per qualcosa di cui ignoro l’importanza, agisco in modo stupido e impopolare, e prima o poi la sollevazione arriverà… Devo proprio darci un taglio.

Mentre andiamo verso casa, la piccola mi spiega che i bagni di casa sua sono troppo belli per farci quella cosa.

“Ma alla scuola materna che difficoltà ci sono?” Le chiedo. 

Non ci sono bagni di lusso nella scuola pubblica. I suoi genitori hanno deciso che la piccola privilegiata debba abituarsi a stare con “la gente comune”, e mi chiedo se questo non sia più snob che mandarla alle private, perché è chiaro che la scelta non è dovuta alla fiducia di trovare compagne e compagni interessanti anche in un contesto pubblico, ma dalla considerazione che in qualche modo bisognerà imparare a fare i conti con un’utenza di basso rango. 

Margherita mi spiega che la carta igienica non si trova pronta in bagno. La si riceve prima di entrare dalla bidella, che in un’ottica di razionamento delle scarse risorse disponibili, domanda ai bambini quanti quadratini di carta gli occorrano. 

I bambini hanno diritto a ricevere un quadratino di carta igienica se stanno per fare la pipì, due se stanno per fare la pupù. 

“Io non so quanti quadratini chiedere e la bidella me ne dà solo uno. Allora faccio la pipì”.

Non fa una piega. Stringo la manina di questa giovane vittima dei sistemi educativi repressivi. 

In quel momento passiamo di fronte a un’edicola.

Margherita sa che non c’è trippa per gatti con me e si limita a fare gridolini estasiati in direzione degli amati gadget. Per una volta, decido di accontentarla. Dopotutto potremmo non rivederci mai più.

“Quanto costano?” Chiedo all’edicolante indicando gli involucri colorati che nascondono le bamboline da collezione. 

La felicità di Margherita dura poco: il tempo di pagare (per me) e di strappare via la carta luccicante (per lei). Le sue manine sull’oggetto agognato sono come quelle di un re mida al contrario: trasformano i preziosi in materia insulsa. E’ un classico fenomeno che i professionisti del marketing conoscono bene, e che fa vendere di più. 

Anche se la scoperta non è mai all’altezza delle aspettative, si rinnova sempre l’illusione che la prossima volta sarà quella giusta, e che si riceverà il sogno, anziché una comune schifezza di plastica. 

Una volta laureata, non mi presterò a questo genere di strumentalizzazioni. Niente candidature a lavori nel marketing. 

Margherita ha un’espressione smarrita. Per consolarla, le appoggio una mano sulla spalla e gliela accarezzo.

Lei si divincola e inizia urlare “Io volevo un’altra cosa, ma tu mi hai preso la bambola!” E’ una furia.

Lascio perdere. Accelero l’andatura. Non vedo l’ora di riconsegnare questa piccola bisbetica a sua madre e di riconquistare la mia libertà.

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