La stagista

Parcheggio nel punto indicato dal navigatore e continuo a piedi tra una serie di prefabbricati, fino a raggiungere la struttura di mattoni chiari, bassa e uniforme, della Onring.

Mi hanno consigliato di cercare lavoro in un’azienda di produzione. Per questo ho rifiutato lo stage in quell’agenzia di comunicazione con le portefinestre che si affacciavano sul centro città e sono finita in aperta campagna, tra i campi agricoli e i capannoni industriali. 

Non è il momento di farmi venire dei dubbi sulle mie scelte. Tanto sarebbe valso, altrimenti, tirarmi indietro quando avevo saputo della droga ritrovata tra gli anelli di cipolla.

In realtà era stato proprio quel fatto di cronaca ad indurmi ad accettare lo stage alla Onring. Trovare il modo di superare quel problema per la reputazione aziendale, sarebbe stata un’ottima scuola per me.

Mi affaccio all’ingresso e proseguo meccanicamente verso l’interno.

Alla reception, un addetto alla sicurezza mi porge alcuni documenti.

“Mentre li compila, posso recuperarle un impermeabile termico per il sopralluogo in deposito” dice l’uomo, guardandomi come per dire non sai cosa ti aspetta. E’ uno sguardo di scetticismo o di sfida? Rispondo “No, grazie”, e vado avanti a completare i moduli. Ricevere quell’impermeabile sarebbe come accettare anche il resto: lo scetticismo e la sfida.

L’uomo apre un cassetto e mi porge una sorta di termometro per la temperatura a distanza.

“E’ un rileva odori”, dice. Poi raccoglie i miei fogli e mi indica una porta di ferro dalla parte opposta dell’atrio. Ora mi chiedo se non mi abbia scambiato per qualcun altro.

Forse gli hanno dato istruzioni perché mi facesse fare il giro dell’azienda visto che è il mio primo giorno, e lui ha capito chissà che cosa. Non dico niente, non vorrei che si sentisse in dovere di accompagnarmi.

Seguo le sue indicazioni e mi ritrovo circondata da pallet carichi di sacchi di cipolle, in un magazzino grande come un campo da calcio.

I nastri trasportatori salgono una decina di metri, raggiungono dei tunnel sospesi e proseguono oltre i muri. La temperatura sarà di sei gradi. Non c’è anima viva. Aziono il dispositivo, così non potranno dirmi di non aver seguito le indicazioni del vigilante.

Controllo il display del rileva odori. Appaiono una serie di scritte tra cui onion, e varie percentuali che cambiano in base a dove punto il dispositivo. Ma che cosa dovrei aspettarmi?

Potrebbero biasimarmi per non essermi resa conto dell’equivoco e non essermi rifiutata di svolgere un’attività che non aveva niente a che fare con un tirocinio di marketing?

E’ tutta colpa del vigilante. Quando sono arrivata, per un attimo mi era parso che avesse gli occhi chiusi. Però la fronte era corrugata e le sopracciglia alzate: non era addormentato. Se ne stava così, infischiandosene delle apparenze. Ma sembrare addormentati è grave quanto esserlo davvero… e forse di più!

Non sapendo cosa cercare, seguo la direzione che fa salire i valori sul dispositivo. Avverto l’odore della cipolla sempre più acre e pungente. Improvvisamente mi accorgo di non essere sola. 

C’è un operaio, fermo dall’altra parte di un nastro trasportatore. Lo tiene bloccato con le mani.

“Sono Liv Marette. Oggi è il mio primo giorno di stage”, mi presento.

L’uomo muove la testa e i ciuffi di capelli che sporgono sotto al berretto si spostano in blocco. 

“Piacere di conoscerla. Stavo approfittando di un momento di calma per pulire. Anche se era stato detto a tutti di non entrare in magazzino questa mattina”.

L’uomo solleva le mani e le congiunge come per mettersi a pregare. Il nastro riprende a scorrere. 

“Ma io non sono tutti. Mi chiamo Adolfo Querelle. Sono quello che in genere si chiama la pecora nera. Io preferisco un altro nome che rende comunque l’idea: il figliol prodigo. Sono quello che permette agli altri di essere buoni, di salvarmi se mi perdo, e di sentirsi a posto con la coscienza. Senza tipi come me, quelli che contano qui dentro non avrebbero granché da fare. Se ne starebbero a guardare le cose che vanno già bene per conto loro. Grazie a me invece devono ingegnarsi per migliorarmi, per redimermi e reinserirmi”.

Speravo di ottenere qualche indicazione dall’uomo su quello che dovrei fare, ma mi accorgo che non potrà darmi nessun aiuto.

“Non lo so, signor Querelle. Sono solo una stagista”. Dico, riprendendo a puntare il dispositivo un pò a caso, intorno a me. 

“Quale vantaggio avrei, io, a venir sempre additato come l’eterno indisciplinato? Quello che non porta mai le scarpe antinfortunistiche, che non svolge il lavoro nei tempi, che si nasconde sulle scale secondarie per non farsi trovare? Crede che per me ne valga la pena? No! Io sono costretto a comportarmi così. Alcune volte mi viene spontaneo, non lo nego”. 

“Ha ragione”, rispondo. Forse lo convincerò a lasciarmi in pace con le buone. “Spesso si attua un comportamento sbagliato solo perché gli altri non si aspetterebbero niente di diverso”. 

“Esatto! Se sapesse che agonia è starmene sempre lì ad ascoltare le ramanzine di Robertson, o sentirmi dire perdigiorno, e alla fin fine ritrovarmi sempre solo a mensa. Sarebbe più facile rigare dritto. Ma allora chi penserebbe al vecchio che accoglie e che perdona?” 

Non capisco più niente.

“Signor Querelle, devo completare il mio lavoro… Presto avvieremo una campagna di comunicazione per sostenere la reputazione dell’Azienda…” 

All’improvviso Querelle colpisce il rullo trasportatore con la mano aperta, facendolo cigolare penosamente.

“Ho capito che cosa sta facendo!” esclama.

Abbasso il dispositivo e lo guardo con curiosità.

“Sta cercando delle tracce di droga qui in magazzino. Ma io so chi l’ha nascosta sul tir dell’azienda, tra gli scatoloni di anelli di cipolle. Ma non troverà più niente, ormai. Mi dispiace. Lui ha già fatto sparire tutto. La sta usando per allontanare da sé i sospetti, proprio come usa me per sentirsi buono”. 

“Sta parlando del titolare, del signor Robertson? Pensa che sia stato lui a mettere la droga nel tir?” 

“Esatto. Proprio lui”.

Quest’uomo è incredibile. Non solo ammette la propria scarsa professionalità rigirando la questione per farsene un vanto, ma incolpa anche la persona che ha la pazienza di sopportarlo e conservargli un posto in Azienda. Non si fa scrupoli nemmeno a darmi del fantoccio nelle mani del titolare, così come si considera lui.

“Guardi che non è possibile”. 

Il signor Querelle per tutta risposta fa un balzo e io grido per lo spavento. Ma l’uomo anziché superare il nastro ci finisce sopra.

“Ahi, mi sono incastrato…” strilla. “Ho infilato la mano in un’apertura laterale e nella fretta di estrarla mi è rimasta impigliata”.

Rimango ferma a guardarlo, mentre lui comincia a salire verso l’alto.

In realtà quella non mi pare una situazione di pericolo. Ecco cosa succede a comportarsi come il figliol prodigo che attende l’aiuto del padre, mi dico.  

Ho conosciuto una volta un professionista del marketing che mi ha detto che il nostro mestiere consiste nel dire bugie, e per questo finiremo all’inferno. 

Io non credo più da tempo a dio e all’inferno. Ho superato la convinzione infantile che dio sia sempre disponibile a darmi le risposte che desidero (da piccola parlavo da sola, o meglio con una versione ipertrofica di me stessa, pensando di parlare con dio). E so che la sensazione di stare sotto “la mano protettrice” è la naturale evoluzione del controllo subito dai propri genitori. 

Ma sono sensibile agli argomenti religiosi. Non credo nel castigo divino, ma non posso fare a meno di sentire che potrà arrivare.

Querelle nel frattempo riprende a lamentarsi e mi riporta alla realtà.

Individuo lo stop dell’interruttore a fune sul nastro trasportatore, lo strattono, ma non succede niente. Sento le ultime lamentele di Querelle ma ormai non lo vedo più, è nel tunnel.

Corro fuori a cercare aiuto.  

“Dove sta andando? Ha un permesso solo per il magazzino” Mi apostrofa il vigilante.

“Il signor Querelle è rimasto bloccato su un nastro trasportatore”, grido.

“Adolfo Querelle? Non sarà stato, per caso, Gioacchino Marette o Adamo Provvidenza?”

“No… ma che importanza ha?”

“Se ora raggiungiamo Querelle e lui mi dice che sta bene, forse è qualcun altro ad essere in pericolo, ma non possiamo saperlo” conclude.

“Senta, ora vado dal signor Robertson… Posso compilare un permesso per tutto?”

Il vigilante mi ride in faccia.  

“I movimenti degli stagisti sono circoscritti e provvisori. Per andare dal titolare deve firmare questi qui” dice, tirando fuori altra carta.

Restituisco il modulo firmandolo frettolosamente e corro all’ascensore.

Se c’è un operaio che si chiama Querelle in azienda, è questo il nome della persona che è finita sul rullo, mica posso inventarmelo.

L’ascensore comincia a salire. Ad un certo punto si ferma per lasciar entrare una donna che regge un grosso scatolone tra le braccia. Mi chiedo se stia lasciando l’azienda.

La donna si appoggia alla parete dell’ascensore, di lato. Vedo solo i suoi occhi. Sembra un animale marino che emerge da sott’acqua quel che basta per guardarsi intorno.

“Buongiorno”, mi presento, “Sono Liv Marette. Sono una stagista”.

“Ah, sei già qui. Piacere, sono Jenny Lamantina, assistente del signor Robertson. Se vuoi ti mostro gli uffici”.

“Non stava andando via?”

“Queste cose non sono mie. Le ha lasciate la collega che si è appena dimessa, l’assistente del signor Riccardi”.

“Posso aiutarla a portare qualcosa?”

La donna estrae una grande pietra dallo scatolone e me la porge.

“Grazie. L’ha portata il signor Riccardi, dopo un’escursione in montagna. Sembra una roccia del Grand Canyon in miniatura”. 

Ha degli strati di colore dal marrone all’arancione che culminano in una superficie rossiccia. Una pennellata scura l’attraversa longitudinalmente.

“Il personale delle pulizie deve averci versato sopra qualcosa. Spero si asciughi e torni del colore originale, altrimenti il Riccardi si arrabbierà”.

Ci fermiamo. Seguo la donna fuori dall’ascensore.

“Chi è il signor Riccardi?” Chiedo. 

“L’altro socio dell’Azienda”.

“Non sapevo che ci fosse un altro socio”.

In quel momento appare il signor Querelle.

“Allora sta bene!” Esclamo, sollevata. 

“Sì, ma non ho finito di pulire il rullo. E il signor Robertson non ha neanche voluto ricevermi”.

“Perché non avevi appuntamento”, dice Jenny.

“Anche io dovrei parlare con il signor Robertson”, dico. Da quando sono arrivata sto girando a vuoto, e sarebbe ora di parlare con il titolare per capire finalmente che cosa devo fare. 

Mi indicano una porta.

“Quello è il suo ufficio. Lascia pure a noi la pietra”, dice Jenny. 

Deposito il cimelio nelle mani di Querelle e rimango a guardarli mentre si allontanano.

Sulle calze di nylon di Jenny c’è una linea spessa che forma la scritta toutes-choses-d’amour. Querelle le fa uno scherzo e va a mettersi sotto lo scatolone, reggendolo con la testa. 

Mi assale un dubbio. Il signor Robertson potrebbe essere impegnato. Jenny ha detto che occorre un appuntamento per venir ricevuti. Se ora mi presentassi, così, senza esser stata convocata, farei un passo falso. Non avrei dovuto lasciar credere a Jenny di avere un appuntamento.

“Aspettate” dico, andando verso di loro. “Credo che sia meglio che parli prima il signor Querelle, con il titolare”.

“Perché?” Chiede Jenny, voltandosi e guardandomi stupita.

“Per chiarire le cose… evitare altri equivoci… in vista del mio prossimo sopralluogo in deposito”. E per dare maggior solidità alle mie parole, tiro fuori dalla borsa il dispositivo che ancora posseggo.

“Non dovresti mancare al tuo appuntamento”, dice Jenny, guardando distrattamente il rilevatore. “Il signor Robertson è sempre occupato, mi stupisco anzi che abbia trovato un momento libero per incontrarti. Non dare retta a Querelle. Lui si presenta senza preavviso da Robertson, per questo non viene ricevuto”.

“Se è questo che pensi, preferisco venire con te”, chiosa Querelle.

“Ogni momento della giornata del signor Robertson è fitto di incontri, telefonate, riunioni”, continua la dipendente, riprendendo già a camminare. “Chissà quale impegno avrà rinviato, pur di riceverti. Se sapessi quanto è difficile organizzargli un incontro con qualcuno. Per non parlare di quando, all’ultimo minuto, mi chiede di spostare un appuntamento. C’è da fare dei giochi che neanche un prestigiatore… Ma è nella sua natura cercare una soluzione per accontentare tutti, quindi non mi stupisco…” conclude, infilandosi nel suo ufficio.

Io e Querelle andiamo a sederci alla sua scrivania.

Jenny appoggia lo scatolone e comincia ad estrarne raccoglitori, cartelline, penne… insieme ad altre cose non strettamente professionali: un ombrello pieghevole, bustine di tè, astucci…

Querelle deposita la pietra accanto al portapenne.

“Cosa è successo dopo che è rimasto incastrato sul nastro trasportatore?” Gli chiedo.

“Sono finito in stabilimento. Quel nastro è anche la via più breve per arrivare in albergo”.

“Quale albergo?” chiedo. 

“Si usano le camere dell’albergo quando si fa tardi la sera”, mi spiega l’assistente del signor Robertson. “Può capitare di finire una presentazione a notte fonda o di dover iniziare un turno molto presto, al mattino. In passato arrivavano dei professionisti in viaggio di lavoro perché non siamo lontani dall’aeroporto. Ma pochi anni fa è stata inaugurata una nuova superstrada e altre strutture sono diventate più appetibili. La Onring è rimasta la sola a prendere le stanze per i suoi dipendenti. Adolfo ci va a dormire perché non finisce mai quello che sta facendo”.

“Insomma!” sbotta Querelle. “Insomma… Glenda ha lasciato un mucchio di cianfrusaglie. Perché non le butti via? Che senso ha conservare un ombrello, una tazza? E’ come ricordarci continuamente che esiste una vita là fuori, mentre noi dobbiamo restare qui!”

Jenny non gli risponde nemmeno.

“Dunque ti hanno affidato la responsabilità del sopralluogo in magazzino”, dice Jenny.

“Sì”.

“Immagino ti servirà la lista dei dipendenti e dei visitatori che sono stati in Azienda nelle ultime settimane”.

“Esattamente…”

Sembra che nemmeno l’assistente del signor Robertson trovi strano affidare a una stagista le indagini sulla droga. Possibile che sia davvero questo il mio compito? Forse le ricerche in magazzino servono a garantire che non ci siano altre droghe e ad evitare altri danni all’immagine dell’azienda?

“A proposito, Liv, Glenda ha lasciato questa lettera per lei, da parte del signor Riccardi” dice, prendendo una busta dallo scatolone, prima di mettendolo a terra, vuoto.

“Per… me?”

Mi domando se debba leggerla subito o se sia una comunicazione riservata. Nel dubbio la infilo in borsa, senza aprirla.

“Ah! Mi pare di sentire dei passi in corridoio”, esclama Jenny ad un tratto. “Deve esser il signor Robertson di ritorno nel suo ufficio. Si vede che era via. Ecco perché non ti aveva risposto, Querelle”.

“Vado da lui!” Salta su Querelle.

Appena restiamo sole, Jenny puntella i gomiti sulla scrivania, incrociando le mani sotto al naso.

“Liv, adesso possiamo parlare. Vorrei che potessimo esser franche tra di noi”.

“Certo” rispondo, un pò preoccupata.

“Robertson non ti ha assunto per quello che pensi. Io conosco il vero motivo, si tratta del problema che ha dato origine a tutti i disagi che viviamo in Azienda. Non volevo parlarne di fronte a Querelle perché non sono sicura che sia a conoscenza della situazione, ed è meglio non coinvolgerlo. Ora ti consegnerò la lista dei dipendenti che potrebbero aver messo la droga su quel tir. Devi dare questa lista di nomi a Robertson, come frutto delle tue indagini”.

Jenny apre un cassetto, estrae un foglio e lo spinge verso di me, sulla scrivania. Poi incrocia di nuovo le mani sotto agli occhi. Mi ricorda un coccodrillo che emerge dall’acqua per osservare la sua preda, come quando aveva lo scatolone. C’è qualcosa che non va. 

“Pensavo che avrei ricevuto la lista completa dei dipendenti”, rispondo timidamente. 

“Purtroppo solo la guardia tiene traccia completa degli accessi in Azienda”. 

Questo accenno al vigilante mi fa saltare i nervi.

“Ma dovrebbero essere a disposizione di tutti”.

“Forse. Ma avere tutto disponibile solo perché, per un qualche motivo, qualcosa potrebbe servire a qualcuno, sarebbe come riempire una stanza di cose che non si potrebbero recuperare in nessun caso, tanto sarebbero sommerse le une dalle altre. Per questo certe informazioni sono accessibili per alcuni, ma non per altri. Prendi la mia lista, invece. E’ disponibile per te”. 

Mi dico che, a volte, la presenza di qualcuno considerato strano e bizzarro, spinge le altre persone ad un comportamento saggio e posato. Come aveva detto in magazzino, Querelle si prestava a fare la “pecora nera”, motivando i suoi colleghi ad essere discreti e professionali. Ma cosa succedeva a questi dipendenti quando Querelle era assente?

“Non vuoi ascoltarmi” sussurra la dipendente. “Dal momento che non riesco a farti comprendere la situazione, dovresti almeno restituirmi la lettera del signor Riccardi”.

“Perché?”

“Perché si parla di questioni che è prematuro discutere in questa fase, ma che fortunatamente non avranno alcun valore, se ti rifiuterai di ricevere la lettera!”

“Non posso rifiutarla. C’è il mio nome, sulla busta!”

Potrebbe trattarsi del mio contratto di stage. Con Robertson avevamo concordato al telefono i termini generali, ma non c’era una lettera formale. Forse era compito del signor Riccardi gestire gli aspetti contrattuali, per questo il documento arrivava da lui.

E’ possibile che Jenny, vedendo il mio rifiuto ad ascoltarla, voglia crearmi dei problemi con lo stage?

Sembra che la sua metamorfosi in predatore acquatico stia per completarsi e che tra un attimo si solleverà verso di me con le fauci aperte. Scatto in piedi.

“Devo andare… mi aspettano… il signor Robertson…” balbetto, correndo fuori dalla stanza e lasciando la lista di Jenny sulla scrivania. 

Mi infilo nella prima stanza vuota, in corridoio. Apro il messaggio del signor Riccardi e lo leggo avidamente. Ecco il contenuto:

Gentile dottoressa Marette, con la presente vorremmo poter formalizzare il nostro accordo di stage.

Come può immaginare, essendo la Onring un’azienda di profitto, ogni uscita di denaro deve trovare giustificazione in un corrispondente beneficio. 

Nel presente caso il suo guadagno dipende da risultati in termini di rafforzamento della reputazione aziendale, e di liberazione dagli elementi che possano nuocerle. 

Ma come già successo in casi simili in passato, un evento considerato al momento attuale negativo per l’immagine della Onring, un domani potrebbe inaspettatamente dimostrarsi tutto il contrario.

Di conseguenza, qualora dovesse scoprire un problema che in futuro rivelasse connotati positivi (così come, in caso opposto, lei desse rilievo ad un’azione che si mostrasse poi di intralcio per futuri auspici), dovremmo chiederle la restituzione della cifra corrispostale.

Mi dico che questo non è un grosso problema. Ero pronta a non aspettarmi un compenso, e mi ero anzi stupita quando il signor Riccardi al telefono aveva manifestato l’intenzione di riconoscermi una retribuzione. Continuo la lettura.

Venendo al secondo punto, essendo il suo incarico finalizzato a difendere la buona reputazione aziendale, il fatto di condurre un sopralluogo nel nostro magazzino potrebbe far ritenere che vi siano delle minacce interne, e questo è fortemente inappropriato. 

Nel magazzino non c’è niente di estraneo, o comunque non ce n’era prima del suo arrivo. Come si dice in questi casi, un eccesso di zelo conduce allo zero. 

La ringraziamo quindi per la disponibilità dimostrata e confidiamo di tornare un domani a rivolgerci nuovamente con lei, certi che le attuali incompatibilità non siano ostative per una futura e proficua collaborazione.

Durante la lettura mi sento come un soufflé pronto a sgonfiarsi, e alle battute finali sono praticamente a terra. In sostanza il signor Riccardi sta cancellando il mio stage. 

In che modo avrei dimostrato un’incompatibilità?

Il signor Robertson sarà a conoscenza di questo messaggio? L’unica cosa che potrebbero rimproverarmi è il fatto di non aver terminato il sopralluogo mentre il magazzino era stato messo a mia disposizione. Nel dubbio che non si trattasse veramente della mansione a me riservata, l’ho svolta in modo approssimativo e superficiale! Devo tornare al deposito, prima che gli operai riprendano le loro attività.

Rifaccio la trafila con il vigilante, entro nel deposito, smonto le montagne di sacchi sui pallet, li apro uno a uno faccio scivolare le dita sulle cipolle, alla ricerca di possibili anomalie sulle bucce tonde e glissanti…. 

Per tutto il giorno il display segnala la presenza delle cipolle. Alla fine, indolenzita e semi assiderata, mi torna in mente l’albergo. Potrei raggiungerlo con il nastro trasportatore, come ha detto Querelle. 

Ritrovo il nastro trasportatore e ci salgo sopra.

Il rullo mi porta su lentamente, e all’inizio è bello guardare il magazzino dall’alto. Ma più mi avvicino al tunnel, più mi rendo conto di aver fatto una stupidata.

Entro nel tunnel, percorro un centinaio di metri al buio con il rumore della gomma sui rotori che mi stride nelle orecchie, mi ritrovo sospesa sullo stabilimento, con il rullo che si dirige verso due arti d’acciaio in movimento.

Poco più avanti sotto di me ci sono un container carico di sacchi di juta e una vasca con un liquido rossastro, sul cui fondale sono posizionate delle lame.

Prima che i bracci meccanici possano artigliarmi mi butto nel container.

Mi sento schiaffeggiata in tutto il corpo, ma almeno non finisco nella vasca.

Come avrà fatto Querelle a non farsi male?

Mi sollevo e trovo la scaletta fissata al container. Mi calo di sotto e raggiungo l’uscita, tremante di dolore e di spavento. Esco su un piazzale e vedo delle finestre illuminate, dietro ad una fila di tir.

La receptionist dell’albergo mi chiede un tesserino di riconoscimento. Le mostro le prime righe della lettera del Riccardi. Sono sufficienti a farmi guadagnare le chiavi di una camera. Le chiedo un antidolorifico e raggiungo la mia stanza.

Ho fatto quel che potevo per sistemare le cose. Anche se il giudizio del Riccardi era precedente alla colpa. E comunque anziché rimediare, potrei aver peggiorato le cose.

Mi addormento subito e sogno una veglia funebre.

La musica in sottofondo è dolce e rassicurante. Vedo Jenny Lamantina, le chiedo chi sia il morto. Mi risponde che il signor Robertson è stato ucciso. 

Ora mi spiego il fatto di non averlo incontrato, mi dico, vagamente sollevata. 

“Com’è successo?”  Chiedo.

“E’ stato colpito con la pietra che sembrava il Grand Canyon”.

Mi torna il mente il commento di Jenny sul colorito della pietra. Dunque si trattava di tracce di sangue. Il sangue del signor Robertson.

“Chi è il colpevole?” Chiedo.

“Lo hai ucciso tu con quella pietra”, risponde Lamantina. “Altrimenti perché te l’avrei data in mano?” 

Mi sento profondamente in colpa.

All’improvviso mi rendo conto che la musica proviene dalla stanza e mi sveglio. Non so come spegnerla e alla reception non risponde nessuno. Mi vesto, esco dalla mia stanza. La melodia è anche in corridoio, il suono sembra aver origine da qualche locale nel seminterrato.

Scendo e trovo una porta con una finestrella a vetro. Si tratta del locale piscina. Intorno alla vasca ci sono alcune persone sdraiate, in costume o accappatoio. 

Se si tratta dei dipendenti dell’azienda, non voglio incontrarli per la prima volta in un’occasione così poco professionale, mi dico.

Mi giro e vedo arrivare un giovane in maglietta e costume. Sorride. “Ciao, sono Alberto Riccardi”.

“Lei è il signor Riccardi? Il co-titolare dell’Azienda?” Mi pare di stare ancora sognando. 

“No, sono suo nipote. Mio zio mi ha chiesto di venire a lavorare qui per farmi un’idea. Cerco di essere di aiuto quando occorre”.

“Io sono Liv Marette. Oggi è il mio primo giorno di stage. Dovrò occuparmi di marketing e comunicazione aziendale”.

“Immagino ti abbiano chiesto di seguire la questione della droga”.

“Infatti. All’inizio non capivo bene che cosa avessi a che farci, ma ora mi sembra più chiaro. E’ per rimuovere gli ostacoli che potrebbero danneggiare l’immagine aziendale…”

“Vuoi venire a fare un tuffo?”

“No, grazie”.

Alberto si avvicina e sussurra: “Io so come è finita quella droga sul tir”.

“Come?”

“Non qui, potrebbero sentirci. Ci vediamo tra cinque minuti al parcheggio”.

Esco fuori ad aspettarlo. Poco dopo riappare con addosso i pantaloni. Cominciamo a girare in tondo, nel parcheggio. Mi racconta che è rientrato da poco dall’estero, dove ha studiato. Restiamo un pò in silenzio. Finalmente si decide a parlare della droga.

“Era mia”, dice.

“Che cosa?”

“La droga era mia. Un giorno mio zio mi ha chiesto di andare a vedere una cosa in stabilimento. Io avevo questa busta di pasticche con me. Non volevo portarmela dietro, così l’ho nascosta dietro alcuni scatoloni. Quando sono tornato a prenderla, gli scatoloni non c’erano più. Era la prima volta che avevo quella roba con me al lavoro. Anzi, era la prima volta che l’avevo in assoluto”.

Non me l’aspettavo.

“In ogni caso… si può risolvere. Hai parlato con il signor Riccardi?”

“Non posso farlo. Sarebbe una delusione troppo grande per lui. Spera che prenderò il suo posto, un giorno. Proprio così: si aspetta che erediti la sua azienda. Non posso dirgli quanto sia fuori strada”.

Sento che il mio compito, l’unico che valga la pena di eseguire da questo momento in poi, è convincere Aberto ad aprirsi il signor Riccardi. Una volta sistemate le cose con Alberto, l’Azienda non corre altri pericoli per la sua reputazione. La lettera del signor Riccardi diceva di aspettarsi risultati dimostrabili in termini di rafforzamento della reputazione aziendale, e di liberazione dagli elementi che potessero nuocerle. Con l’ammissione di colpevolezza da parte di Alberto si sistemerebbe tutto, sia per il mio stage che per l’Azienda. 

“E’ tuo zio, sono sicura che capirà. Potrebbe anche riconoscere le sue responsabilità in tutta questa storia. Non avrebbe dovuto farti pressioni. I nostri famigliari ci influenzano sempre, e spesso non per il meglio. Mio padre mi ha insegnato a diffidare degli altri e a farmi gli affari miei. Stamattina ho lasciato che un vostro dipendente salisse su un nastro trasportatore, e avrebbe potuto vedersela molto brutta”.

“Mio zio mi ha aiutato tanto”.

“Ma non è facile trovare la propria strada! E anche quando si pensa di essere sul giusto percorso, non si può sempre si può esser certi che sia quello giusto per noi. Ad esempio io credo di aver scelto questo mestiere perché penso alla mia, di reputazione. Mi ricordo che ho imparato a nuotare tardi, alle medie. Il mio maestro mi faceva mettere un’imbragatura con cui mi trascinava in acqua, mentre i miei coetanei sguazzavano in libertà. Non sai quanto mi sentissi umiliata”.

“Tu non hai fatto del male ai tuoi famigliari. Non hai danneggiato chi cercava di aiutarti”, dice Alberto.

“Beh, questo non significa che se ne avessi avuta l’occasione… Quando finivo le lezioni di nuoto mi aspettava un’altra tortura. C’era un bar dentro alla struttura da cui arrivava un invitante profumo di toast che si mischiava con il tepore dell’ambiente e con la stanchezza della lezione. Volevo tanto quei toast, non saprò mai che sapore avessero. Per mia mamma erano troppo cari e non me ne ha mai comprato uno. La odiavo per questo. Materialmente non le ho causato nessun danno, ma nella mia mente è come se lo avessi fatto eccome. Mi sento così in colpa e ingiusta. Non basterebbero montagne di rettifiche per riabilitare la mia immagine”.

“Hai mai pensato di cambiare sport?”

Rido.

Ad un certo punto Alberto si ferma davanti ad un tir. “Saliamo?” Apre lo sportello e sale i gradini. Lo seguo sui sedili larghi e soffici. Alberto mi fa spazio, poi si gira verso di me, avvicina il viso al mio e mi bacia, inizialmente con dolcezza, poi come una tempesta estiva, turbinante.

Prima dell’alba ci stacchiamo e torniamo in albergo.

“Parla con tuo zio”, gli bisbiglio sulla porta della mia stanza, prima di salutarci. “Altrimenti c’è il rischio che continui a commettere altre leggerezze. Non pensi che potrebbe esser stata una forma inconsapevole di ribellione, da parte tua? Avevi bisogno di segnalare il tuo disagio, e non hai trovato un altro modo”. 

“Va bene”, risponde sorridendo. “Domani andrò a parlare con mio zio”.

Vado a letto e mi addormento serena, senza altre visioni.

Mi risveglio tardi.

La notte appena trascorsa mi pare un lungo sogno complicato.

Faccio presente alla receptionist che la musica in stanza mi ha provocato un incubo e lei risponde che, al contrario, viene trasmessa per fare bei sogni, il ché contribuisce ancor di più a farmi confondere.

Ho davvero baciato il giovane Riccardi? Nel momento in cui lo incoraggiavo ad aprirsi con suo zio, quel gesto di avvicinamento tra me e Alberto mi era parso giusto e naturale. Però si potrebbe anche considerare un comportamento poco professionale.

Ma non è forse questo albergo, di cui i suoi dipendenti possono beneficiare, con la musica, la piscina, i tir nel parcheggio e tutto il resto, a favorire una certa ambiguità?

Mi reco dal vigilante per il consueto rituale. Ormai ho chiari i motivi del suo comportamento intimidatorio: vuole spegnere l’iniziativa individuale ed evitare spostamenti non graditi. Tutti devono fermarsi da lui, prima di potersi muovere. E sia!

Sento che i miei sentimenti verso questa azienda stanno diventando più positivi e concilianti.

Salgo nell’ufficio di Jenny per verificare che il signor Robertson sia disponibile a ricevermi. Al suo posto trovo una sconosciuta intenta a riempire lo scatolone che Jenny aveva svuotato il giorno precedente.

Mi rivolge un’espressione affabile e sollecita, come per comunicarmi che è pronta ad offrirmi tutto l’aiuto possibile. 

“Buongiorno. Sono la stagista Liv Marette”.

“Piacere di conoscerla. Sono Glenda Persichetti, assistente del signor Riccardi”.

“Non pensavo di trovarla ancora in Azienda”. Mi accorgo di esser stata indiscreta, ma la donna continua a sorridere gentilmente.

“Questa volta sono stata molto vicina ad andare via. Ho salutato tutti i miei colleghi. Ma poi le mie dimissioni sono state revocate”, spiega, continuando a selezionare le cose che le appartengono, per rimetterle dentro allo scatolone.

“Mi fa piacere per lei”.

“Ieri, dopo essere uscita, mi sono diretta alle piste di atterraggio. Non potevo allontanarmi troppo. Dicono che sia possibile raggiungere l’aeroporto a piedi: un’ora a passo svelto. Mi chiedevo se fosse davvero tanto vicino. Ma non erano passati neanche tre quarti d’ora che mi hanno telefonato dall’Azienda e sono dovuta rientrare”.

“In che senso non poteva allontanarsi troppo?”

“Sapevo che il signor Riccardi avrebbe potuto richiamarmi”.

“Capisco. Come mai lei voleva andarsene?”

“Sentivo il bisogno di una pausa. Il signor Riccardi è una persona un pò particolare. Non sono mai riuscita a comprenderlo fino in fondo. E’ un’arte, sa, capire il modo di pensare di qualcun altro e fare in modo che prevalga su quello che a noi verrebbe naturale secondo coscienza… A volte non si tratta nemmeno di agire come qualcun altro, ma come quel qualcuno vorrebbe, in certi momenti, ma non in altri, agire. Bisogna diventare il super io di qualcun altro”.

Non può dire sul serio. Se il signor Riccardi mi chiedesse una cosa del genere, non potrei mai soddisfarlo.

“Non sarebbe meglio far capire le proprie motivazioni sul perché una cosa è stata fatta con un certo criterio, senza perdere la fiducia che verranno comprese?” 

“Ci ho provato, all’inizio. Ma le persone come Riccardi preferiscono esser assecondate. A nulla vale la dimostrazione che se svolgiamo – secondo il nostro giudizio – le attività che ci chiedono, ne trarranno anch’essi beneficio. Solamente il modo con cui vogliono veder svolte quelle attività ha un senso ed è reale. Tutto il resto è un riflesso sbiadito dell’efficienza”.

Mi pare che il problema non sia fare le cose come vorrebbe vederle fatte qualcun altro, ma convincersi che questo sia necessario.

“Cercava Jenny?” Mi chiede poi.

“Veramente sono qui per il signor Robertson. Posso disturbarlo?”

“Purtroppo il signor Robertson, questa mattina, ci ha comunicato che lascia l’Azienda, per sempre”.

Mi assale un improvviso senso di angoscia.

“Dov’è il nipote del titolare, Alberto Riccardi?”

“Ma allora non ha sentito tutto il trambusto che c’è stato? Il signor Riccardi ha chiamato la polizia e ha denunciato suo nipote Alberto per la faccenda della droga. In questo momento gli agenti stanno interrogando tutto il personale. Immagino vorranno parlare anche con lei”.

Quando entro nella saletta riservata ai colloqui con la polizia, trovo un agente impegnato a districarsi una ciocca di capelli aggrovigliati. Estrae un piccolo gomitolo di nodi e lo deposita su un foglio, sopra al tavolo. Mi chiede le generalità e quale sia il mio ruolo alla Onring.

“Mi chiamo Liv Marette. In seguito al ritrovamento della droga, sono stata contattata per accertarmi che non potessero verificarsi ulteriori cadute di immagine”.

“Allora siamo colleghi”, scherza l’agente. “Che cosa ha scoperto durante i suoi accertamenti?” 

“Beh… La faccenda della droga è una piccola cosa, dovuta ad un tentativo di passaggio generazionale fatto in modo avventato”.

L’agente mi guarda con espressione interrogativa.

“Portare la droga in Azienda è stato un atto di ribellione da parte di Alberto, il nipote del signor Riccardi. Il giovane non si riconosceva nel ruolo di futuro titolare e così, non avendo il coraggio di dirlo a suo zio, ha voluto mostrarsi inadeguato al ruolo”. 

Espongo nel modo più accurato possibile i miei pensieri sul rapporto tra zio e nipote, e sulla questione della droga.

“Quindi il titolare non sapeva niente della droga?” Domanda l’agente, alla fine.

“Assolutamente no”.

“Non era lui a farne uso?”

“I titolari della Onring non avevano nulla a che fare con la droga”, spiego. “Altrimenti il signor Robertson non mi avrebbe affidato questo incarico”. 

“Chi è il signor Robertson?”

“Ci sono due soci alla Onring. O meglio, c’erano fino a questa mattina. Il signor Robertson e il signor Riccardi”.

L’agente posa la penna e riprende a lavorare sui suoi capelli.

“Ora, collega, le rivelerò quanto ho accertato io, a proposito della Onring.”

Poco dopo, quando mi reco in magazzino, scopro che le attività sono riprese regolarmente. Il titolare osserva gli operai mentre caricano i sacchi di cipolle sui nastri trasportatori. Non posso credere che sia la persona con cui ho parlato al telefono. Lo immaginavo ben diverso.

L’agente di polizia mi ha svelato che il titolare della Onring, in certe occasioni, si comporta come il padre-padrone di un’azienda vecchio stampo, e si fa chiamare Riccardi. In altri momenti invece diventa “mister Robertson”, un manager cosmopolita e gentile, con cui è possibile ragionare. Ha due uffici e due assistenti che lavorano per lui alternativamente, in base al suo umore. Ora sono certamente di fronte al signor Riccardi.

Ha i capelli finissimi, bianchi e piuttosto lunghi, rivolti scompostamente da una parte e dall’altra della testa, e segue con sguardo ottuso e inquisitorio i movimenti dei suoi sottoposti.

“Buongiorno signor Riccardi, piacere di conoscerla. Sono Liv Marette. Mi dispiace per suo nipote…”

Riccardi scuote la testa e mi interrompe: “Non lo nomini neanche, quel delinquente”.

“Merita una seconda possibilità. Tutti noi la meritiamo…”

Riccardi si volta a guardarmi. “Non ha ricevuto il mio messaggio? Lo stage è terminato”.

“Mi avevate incaricato di trovare una nuova immagine per la vostra Azienda. Ho avvertito chiaramente questo desiderio, e sono sicura che c’è ancora”.

Davanti a noi, gli operai continuano a caricare i sacchi sopra ai rulli con gesti automatici, senza emetter un fiato.

“Il mio desiderio era quello di fare un passo indietro”, risponde il Riccardi. “Ero pronto a lasciare che mio nipote e il signor Robertson continuassero questo business a modo loro. Ma sbagliavo”.

“Mi piacerebbe molto conoscere il signor Robertson”.

“Non è possibile!” risponde, bruscamente.

Poco dopo riprende, in tono più cordiale: “Le cipolle sono ricche di vitamine e di sali minerali. Quando si taglia il bulbo si sprigiona una sostanza chiamata solfossido, che a contatto con la pellicola liquida sugli occhi si trasforma in un acido irritante, l’acido solforico, che è responsabile della lacrimazione. La maggior quantità di liquido nell’occhio trasforma ancora più solfossido in acido solforico, causando una lacrimazione di ancora maggior entità… una reazione a catena. Una volta innescato, non c’è nulla da fare”.

Ad un cenno della sua mano, alcuni operai si avvicinano e mi gettano un sacco di juta vuoto ai piedi.

Mi sembra di sognare. Faccio un passo avanti. Gli operai sollevano il sacco e mi ci chiudono dentro. Mi caricano sul nastro trasportatore.

Penso ai miei genitori.

Ho confidato ad Alberto che, a causa dell’educazione ricevuta da mio padre, mi comporto in modo egoista. Ma perché imputare a lui le mie mancanze? Questo infangare la memoria di chi mi ha messo al mondo, è un fatto certamente grave.

E non condivido le decisioni di mia madre: non è anche questo un peccato? Non per niente esiste il comandamento “Onora il padre e la madre”. Non sono quelle le colpe a cui dovrei porre rimedio?

Ma come si fa ad agire sul proprio pensiero come se fosse questo sacco, che ora apro, per potermi liberare?

FINE

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