Cattiva reputazione – 7

Si risveglia a mattina inoltrata, soddisfatta della piega che ha preso il suo incarico. Non le rimane che andare a salutare il signor Robertson per poi tornare nel suo ufficio e redigere la sua relazione conclusiva.

Probabilmente incontrerà anche il signor Riccardi, che non potrà non riconoscere la sua professionalità per come ha eseguito l’incarico e convinto suo nipote a confidarsi. 

Effettua il suo iter di accettazione con la guardia con la massima tranquillità. Ormai le è chiaro il motivo per cui il vigilante si comporta in modo tanto intimidatorio e vessatorio: vuole spegnere l’iniziativa ed evitare gli spostamenti non graditi. Essere certo che tutti passeranno da lui prima di muoversi nell’Azienda.

E’ un approccio che Liv intende stigmatizzare, nella sua relazione.

Subito dopo si reca da Jenny Lamantina per farsi annunciare al signor Robertson. Ma al suo posto trova una donna sulla cinquantina. Sta rimettendo nello scatolone le cose che Jenny aveva tolto. La donna le rivolge un’espressione affabile e sollecita, comunicandole con lo sguardo che è pronta ad offrirle un qualche aiuto essenziale. 

“Buongiorno. Sono la consulente di immagine Liv Marette”.

“Sono Glenda Persichetti, assistente del signor Riccardi”.

“Ah. Non pensavo di trovarla ancora in Azienda”.

“Veramente io rimango. Le mie dimissioni sono revocate”.

“Mi fa piacere per lei… se è ciò che desiderava. Che cosa è successo?”

“Questa volta sono andata molto vicina ad andare via. Ieri mattina ho salutato i miei colleghi. Non intendevo allontanarmi troppo. Mi sono diretta sul percorso che costeggia le piste di atterraggio. Mi hanno sempre detto che è possibile raggiungere l’aeroporto a piedi: un’ora di camminata a ritmo svelto. Mi ero sempre chiesta se fosse davvero tanto vicino. Ma non era passata neanche una quarantina di minuti che mi hanno telefonato dall’Azienda e sono dovuta rientrare”.

“In che senso… non intendeva allontanarsi?”

“Sapevo che il signor Riccardi avrebbe potuto richiamarmi. Mi aveva lasciato andare nella speranza di poter fare a meno di me”. 

“Ha scelto lei di dimettersi, quindi?”

“Sì”.

“Posso chiederle come mai?”

“Non sono mai riuscita a capire fino in fondo il signor Riccardi. E’ un’arte, sa? Conoscere il modo di pensare di qualcun altro e fare in modo che prevalga sul modo in cui ci verrebbe naturale, in base alla nostra coscienza. A volte non si tratta nemmeno di agire come il signor Riccardi, ma come lui vorrebbe agire”.

“Vuol dire che si è dimessa perché era sè stessa?”

“Esatto. Quando si lavora bisogna essere in grado di diventare qualcun altro, se è necessario”.

“Non può dire sul serio. Se il signor Riccardi mi avesse chiesto una cosa del genere, non avrei mai potuto soddisfarlo. Lavorare così non è possibile. Con simili propositi si va incontro a delusione certa. Sarebbe meglio far capire le proprie motivazioni sul perché una cosa è stata fatta con un certo criterio, senza perdere la fiducia sul fatto che verranno comprese”. 

“Ci ho provato. Soprattutto all’inizio. Ma le persone come il signor Riccardi preferiscono venir assecondate. E venendo da loro la nostra fonte di sostentamento, è comprensibile che si aspettino di esser soddisfatti. A nulla vale la dimostrazione che hanno bisogno di noi, e che se svolgiamo nel modo migliore – secondo il nostro giudizio – le attività che ci richiedono, ne trarranno anch’essi beneficio. Solamente il metodo con cui essi vogliono veder svolte quelle attività ha un senso ed è reale. Tutto il resto è un riflesso sbiadito dell’efficienza”.

“Credo che il problema non sia fare le cose come vorrebbe farle qualcun altro, ma credere di doverle fare a quel modo”.

“La nostra Azienda, per come la concepisce il signor Riccardi, è come un corpo con tante braccia che cercano di raggiungere e controllare ogni movimento di noi dipendenti”.

“Sono certa che il signor Robertson la pensi diversamente”. 

“Purtroppo non potremo più saperlo”.

“In che senso?”

“Questa mattina ci è stato comunicato che il signor Robertson lascia l’Azienda. E pensare che dovevo esser io quella destinata ad andare via”.

“Ma non è possibile. Mi sto occupando per lui di un progetto di immagine aziendale che renderà l’Azienda più moderna ed efficiente”.

“Mi dispiace molto” commenta l’assistente del signor Riccardi, costernata.

“E il nipote del signor Riccardi, Alberto? Lui dov’è?” Chiede la consulente con un senso di angoscia improvviso.

“Non ha sentito il trambusto di questa mattina?”

“No…”

“Il signor Riccardi ha chiamato la polizia e lo ha fatto arrestare”.

Continua (parti precedenti qui)

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