Cattiva reputazione – 6

Liv rimane sulla difensiva. E’ ancora scioccata al pensiero (anche se errato) di aver ricevuto un benservito (professionalmente parlando) da un giovanotto. “Ah ecco. E come funziona questa Azienda?” Chiede al nipote del titolare, un pò bruscamente.

“Non lo so ancora. Cerco di essere di aiuto quando occorre, ma confesso di essere ancora un po’ confuso”, risponde lui.

Liv comincia a riprendersi dalla sorpresa. “Io mi occupo di reputazione aziendale, sono la consulente Liv Marette, piacere. Ho finito tardi il sopralluogo in magazzino e sono rimasta a dormire qui”.

Il giovane si rabbuia. “Immagino che ti abbiano chiamato per la questione della droga”.

“E’ così”.

“Io so come è finita sul tir”.

“Davvero?”

“Sì. Ma devo chiederti di non rivelarlo a nessuno”, sussurra il giovane.

“Va bene, lo prometto” risponde d’impulso la consulente.

“Non qui. Andiamo in un posto più tranquillo”. 

Escono nel parcheggio dei tir illuminato dalle luci dell’albergo e cominciano a camminare senza meta. L’Azienda dall’altra parte del piazzale è completamente al buio.

“La droga era la mia”, confessa il giovane. “L’ho nascosta tra i sacchi di cipolle perché mio zio mi aveva chiesto di cambiarmi per andare in stabilimento a vedere un certo processo di lavorazione. Non potevo immaginare che ci sarebbero state delle conseguenze per l’Azienda”.

“Era tua la droga?” Ripete la consulente, incredula ed eccitata al tempo stesso. E’ il suo momento: ha scoperto il punto debole dell’Azienda, ora non le rimane che elaborare una strategia per minimizzare il danno e rafforzare la buona reputazione dell’Azienda.

“Sono un balordo, lo so. Ma era la prima volta che la portavo con me in Azienda. Anzi, era la prima volta che l’avevo con me, in assoluto”.

“E stata una leggerezza. Si può risolvere. Devi parlarne con tuo zio”.

“Non posso. Sarebbe una delusione troppo grande per lui”. 

“M tutti facciamo degli errori. Io stamattina ho lasciato che un dipendente salisse su un nastro trasportatore, avrebbe potuto vedersela molto brutta. Anche se non ci sono state conseguenze negative, io ero interessata solo a pararmi il didietro, e il vigilante me l’ha fatto capire molto chiaramente”.

“Non è un tipo gioviale, quello là”.

“Avrei dovuto comportarmi diversamente”, continua la consulente. “Essere più altruista. Mio padre ha fatto dell’egoismo una sorta di sport, facendomi considerare normale un clima di dubbia moralità da arraffa quel che c’è, infischiandotene degli altri, dove gli altri sono da considerarsi esseri mediocri, inaffidabili o fastidiosi. A volte sono stata io “l’altro”: allora non andava bene niente, dal mio modo di camminare a quello di salutare. Sembrava che più completo fosse il suo disprezzo, più ritenesse risolto il suo ruolo di genitore valido e rigoroso”.

“Perché mi dici queste cose?” Chiede il giovane, confuso.

“Credo che tu meriti fiducia. Sono sicura che potresti convincere di questo anche tuo zio”.

“Tu non hai mai morso la mano che ti nutriva”.

“Beh, in un certo senso sì. C’era un bar nella piscina in cui andavo a nuoto da piccola. Ogni volta, dopo il corso, sentivo il profumo dei toast dei miei compagni. Quell’odore si mischiava con il tepore dell’ambiente e con la dolce stanchezza dell’attività sportiva. Non sai quanto desiderassi quel toast. Ma per mia mamma il suo prezzo non era giustificato. Una volta ho anche rubato. Sono entrata in una farmacia con una compagna che ha iniziato a prelevare dei trucchi dagli espositori. Ho preso una matita per le labbra, e poi non me ne sono fatta nulla”.

“Abbiamo fatto tutti qualche sciocchezza. Ma comunque non me la sento di confessare quello che ho fatto”. 

“Non hai fatto niente di grave. Mentre per quanto mi riguarda… prima o poi si scoprirà che sono un bluff. La mia difesa della reputazione altrui, a cui dedico tutta la perizia e il rigore di cui sono capace, nasconde un’insicurezza sulla mia reputazione. “Ho imparato a nuotare che ero già alle medie. Ad un certo punto il maestro, per l’esasperazione, mi ha messo un’imbragatura con cui mi trascinava in acqua, mentre i miei coetanei nuotavano senza difficoltà. Non basterebbero montagne di rettifiche per riabilitare la mia immagine. E poi sono successe altre cose… di cui non posso proprio parlarti”.

“Beh, un’imbragatura mi pare una risoluzione eccessiva. Hai trovato un maestro negativo, non è colpa tua”.

“Ho lavorato anche in contesti prestigiosi, e non sempre sono stata all’altezza. Certe cose ti rimangono addosso come una colpa, anche quando non ne hai”.

“Invece io una colpa ce l’ho, ed è reale. Mi sono procurato della droga e poi l’ho nascosta tra i sacchi di cipolle”.

“Tutti meritano una seconda possibilità”.

Poco dopo si fermano davanti a un tir.

Alberto sale i gradini fino allo sportello ed entra. Liv lo segue.

“Mio zio spera che prenderò il suo posto in Azienda, un giorno. Non posso dargli una delusione del genere” dice il giovane, aiutando la consulente ad issarsi sui sedili larghi e soffici.

“Se non è quello che vuoi, parlo del fatto di sostituire tuo zio, non dovrebbe metterti addosso questa pressione. Altrimenti c’è il rischio che continui a commettere certe leggerezze…” 

Il giovane rimane un momento in silenzio, poi ammette: “Hai ragione. Non ho intenzione di prendere il posto di mio zio. Domani andrò a parlargli. Gli dirò quello che ho fatto, e che non intendo entrare in Azienda. O che comunque non rientra nei miei piani immediati”. 

Liv non ha bisogno di chiedergli cosa rientri nei suoi piani immediati. Il giovane si avvicina verso di lei per baciarla. 

Più tardi, quando rientrano in albergo, il nipote del titolare torna a promettere che l’indomani confesserà le sue responsabilità.

Prima di salire in camera sua, Liv passa dalla reception dove riconosce la giovane che l’ha accolta la sera prima. 

“Nella mia stanza è partita una musica durante la notte. Non sapevo come spegnerla”. 

“La trasmettiamo per aiutare chi fa dei brutti sogni o ha dei pensieri che non lo lasciano dormire”, risponde la receptionist. 

“Io veramente ho fatto un brutto sogno proprio a causa della musica”. 

“Mi sembra strano. In genere si fanno dei sogni belli. Molto belli. Probabilmente ha prima sognato e dopo è arrivata la musica”. 

Liv si sente improvvisamente confusa, con la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato. 

Quando torna di sopra, la sua stanza è avvolta nel silenzio. Fino al mattino non ha altre visioni.

(Continua – parti precedenti qui)

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