Cattiva reputazione – 4

Liv e Querelle entrano nella stanza e prendono posto alla scrivania. Jenny ci scarica sopra lo scatolone e comincia ad estrarne raccoglitori, cartelline, penne, buste, insieme ad altre cose non strettamente professionali: un ombrello pieghevole, bustine di tè e vari astucci colorati.

L’assistente del signor Robertson dispone gli oggetti nei cassetti o sulla scrivania con movimenti decisi e rapidi, tanto che gli oggetti sembrano dotati di forza propria. Querelle con un rumoraccio deposita la pietra accanto a un portapenne.

“Avrei bisogno della lista dei dipendenti e degli esterni che sono stati in Azienda nelle ultime quattro settimane. Potrebbe fornirmela, signora Lamantina?” Chiede la consulente.

“Certo”, risponde Jenny.

Soddisfatta di quel primo risultato, Liv si rivolge a Querelle. “Cosa è successo dopo che è rimasto incastrato sul nastro trasportatore?”

“Niente di che. Sono finito in stabilimento. Quel nastro è anche la via più breve per andare in albergo”.

“Quale albergo?” 

“Si usano le camere dell’albergo quando si fa tardi la sera”, spiega l’assistente del signor Robertson. “Può capitare di finire una presentazione fino a notte o di iniziare un turno molto presto, al mattino. In passato arrivavano altri professionisti in viaggio di lavoro perché non siamo lontani dall’aeroporto. Ma pochi anni fa hanno inaugurato una nuova superstrada e altre strutture sono diventate più appetibili. La Onring è rimasta la sola a prenotare le stanze per i suoi dipendenti”. 

Questa storia dell’albergo a Liv sembra alienante e un po’ promiscua. Si ripromette di non metterci piede. 

“Adolfo ci rimane a dormire spesso perché non finisce mai quello che sta facendo”, commenta l’assistente del signor Robertson. 

“Insomma Glenda ne ha lasciate, di cianfrusaglie”, sbotta Querelle a mo’ di risposta. “Perché non le butti via, Jenny? Io non terrei niente. Che senso ha conservare un ombrello o una tazza? E’ come ricordarsi sempre che esiste una vita là fuori, mentre noi dobbiamo restare qui”.

Jenny appoggia con noncuranza lo scatolone ormai vuoto a terra. 

“Ora che ci penso, dottoressa Marette, Glenda mi ha lasciato qualcosa per lei. E’ da parte del signor Riccardi”, e così dicendo Jenny apre un cassetto e tira fuori una busta.

Liv ricorda di averla vista prendere la busta dallo scatolone e infilarla nel cassetto, pochi istanti prima. Perché invece non gliel’ha passata direttamente? Forse si tratta di informazioni riservate su cui la dipendente, inizialmente, è stata tentata di metter il naso? 

“Ora mi pare di sentire dei passi in corridoio”, dice Jenny. “Deve esser il signor Robertson, di ritorno nel suo ufficio”.

“Vado a vedere” salta su il signor Querelle.

Le due donne restano sole e Jenny puntella i gomiti sulla scrivania, incrociando le mani sotto al naso. “Dottoressa Marette, adesso possiamo parlare. Vorrei che potessimo esser franche tra di noi”.

“Certo” risponde la consulente, cercando di nascondere la sorpresa.

“Il signor Robertson non l’ha chiamata per quello che lei pensa. Io conosco il vero motivo. Si tratta del problema che ha dato origine a tutti i disagi che viviamo qui in Azienda. Non volevo parlarne di fronte al signor Querelle, non sono sicura che sappia tutto”.

“Guardi che io ho ricevuto un incarico per occuparmi della reputaz…”

La dipendente non la lascia finire.

“Non abbiamo tempo per questo. Querelle tornerà qui tra poco”. 

Jenny fissa Liv tenendo le mani appena sotto gli occhi, e di nuovo ricorda un coccodrillo che emerge dall’acqua per osservare la sua preda.

“Le darò la lista dei dipendenti che potrebbero aver messo la droga su quel tir. Lei potrà consegnare questa lista di nomi al signor Robertson” dice, tirando fuori un’altra busta dal cassetto. 

“Le ho chiesto la lista completa dei dipendenti, non uno stralcio. Lei aveva detto che sarebbe stata in grado di fornirmela”. 

“Purtroppo solo la guardia tiene traccia di tutti gli accessi in Azienda”. 

“Dovrebbero esser messi a disposizione, quando necessario”.

“Forse. Ma avere tutto disponibile solo perché, per un motivo qualsiasi, qualcosa potrebbe servire a qualcuno, sarebbe come riempire una stanza di cose che non si potrebbero recuperare in nessun caso, tanto sarebbero sommerse le une dalle altre. Per questo certe informazioni sono accessibili per certuni, ma non per altri. Prenda la mia lista, invece. E’ disponibile per lei”. 

La consulente cerca di contenere la deriva irragionevole che ha preso la conversazione.

“Sembra che a volte la presenza di un terzo, parlo di uno come il signor Querelle, spinga certe persone ad un comportamento saggio e posato, rendendole invece rilassate e bizzarre appena rimangono sole”, commenta Liv. 

Come aveva detto il signor Querelle quando si erano incontrati in magazzino, del resto, lui si prestava a fare la “pecora nera”, motivando forse gli altri a comportarsi in modo più discreto e professionale. 

“Lei non vuole proprio ascoltarmi” sussurra la dipendente, con le lacrime agli occhi. Lacrime di coccodrillo, certamente. “Mi faccia almeno una cortesia. Dal momento che non riesco a farle comprendere la situazione, dovrebbe almeno restituirmi la lettera del signor Riccardi”.

“Perché?” Chiede Liv.

“Perché si parla di questioni che è prematuro discutere in questa fase, ma che fortunatamente non avranno alcun valore, se lei rifiuterà di ricevere la lettera!”

“Non vedo perché dovrei rifiutarla. C’è il mio nome, scritto sulla busta!”

Ora Liv si dice che potrebbe trattarsi del suo contratto di consulenza. Con Robertson hanno concordato per telefono i termini generali del suo incarico, ma non c’è ancora un accordo formale. Forse è compito del signor Riccardi gestire gli aspetti contrattuali, per questo il documento arriva da lui.

Sembra che la metamorfosi della signora Lamantina in predatore acquatico stia per completarsi e che tra un attimo si solleverà con le fauci aperte, così la consulente scatta in piedi.

Senza aspettare risposta al suo saluto, Liv corre fuori dalla stanza. 

Percorre pochi metri di corridoio, vede da una porta socchiusa un ufficio vuoto, ci si chiude dentro e prende il messaggio del signor Riccardi.

Gentile dottoressa Marette, con la presente vorremmo formalizzare il nostro accordo di collaborazione con lei.

Per quanto riguarda le modalità di svolgimento della sua consulenza, ci relazionerà sull’andamento del suo lavoro con la frequenza che riterrà opportuna. Da questo punto di vista, si senta libera di agire con la massima discrezione possibile. 

Rimangono due aspetti da chiarire e ci auguriamo potremo farlo con soddisfazione di tutti. 

Il primo riguarda il suo compenso. Come sa, essendo la Onring un’azienda di profitto, ogni uscita di denaro deve trovare giustificazione in un corrispondente beneficio. 

Nel presente caso il suo guadagno dipende da risultati dimostrabili in termini di rafforzamento della reputazione aziendale o di liberazione dagli elementi che possano nuocerle. 

Ma come già successo in casi simili, un evento considerato attualmente negativo per l’immagine della Onring, un domani potrebbe dimostrarsi tutto il suo contrario, in modi che non era possibile prevedere.

Qualora dovesse scoprire una colpa che in futuro rivelasse connotati meritevoli (così come, nel caso contrario, dovesse dare rilievo ad un’azione che si mostrasse poi di intralcio per futuri sviluppi positivi), ci riserveremmo di chiederle la restituzione della cifra corrispostale inizialmente, senza obiezioni né condizioni. 

Venendo al secondo punto, essendo il suo incarico finalizzato a difendere la buona reputazione aziendale, condurre un sopralluogo in Azienda e fare intendere che vi siano delle potenziali minacce interne, è da ritenersi fortemente inappropriato. 

Nel nostro magazzino non c’è niente di estraneo, o comunque non ce ne era prima del suo arrivo. Come si dice in questi casi, un eccesso di zelo conduce allo zero. 

La ringraziamo quindi per la disponibilità dimostrata, e confidiamo di tornare un domani a collaborare con lei, certi che le attuali incompatibilità non saranno ostative per una futura e proficua collaborazione.

Durante la lettura la consulente si sente come un soufflé pronto a sgonfiarsi, e alle battute finali è praticamente a terra. In sostanza il signor Riccardi le sta revocando l’incarico. 

Ma l’unica cosa che, sul serio, potrebbero avere da rimproverarle, è di non aver terminato il sopralluogo dopo aver chiesto che il magazzino rimanesse a sua disposizione. 

Così ritorna di corsa nel deposito. Nel dubbio che il suo dispositivo rileva odori non sia del tutto affidabile, Liv si ferma di fronte a ogni pallet e smonta ciascuna montagna di sacchi, aprendoli uno a uno per controllare che non ci siano tasche o doppi fondi e facendo scivolare le dita sulle cipolle, alla ricerca di anomalie sulle bucce tonde e glissanti.  

Arriva a fine giornata senza aver trovato in tutto il magazzino neanche un grammo di fumo, ma è soddisfatta di aver concluso il sopralluogo.

Indolenzita e semi assiderata, le torna in mente la faccenda dell’albergo. Lo raggiungerà dal nastro trasportatore, come ha fatto Querelle quella mattina. 

(Continua – parti precedenti qui)

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