Cattiva reputazione – 3

Liv ripercorre a ritroso il magazzino e la strada sterrata, fino all’ingresso. 

“Dove sta andando?” La apostrofa il vigilante. “Lei ha un permesso valido soltanto per visitare il magazzino”.

Ora Liv non vuole più avere niente a che fare con il vigilante.

“Devo salire dal titolare. Potrebbe accreditarmi per svolgere il mio incarico fino alla fine?”  

“I permessi per gli “esterni” come lei sono provvisori e circoscritti”.

“Ma a causa di questa procedura non ho potuto aiutare il signor Querelle” commenta Liv, un po’ esasperata. “E’ rimasto bloccato sul nastro ed è finito chissà dove”.

Il vigilante non sembra preoccupato. “Era proprio Adolfo Querelle? Non sarà stato, per caso, Gioacchino Maretteelle? Adamo Provvidenza?” Chiede.

“No… non mi pare”, risponde la consulente, un po’ titubante.

“E lo ha lasciato da solo”. 

Liv cerca di riprender sicurezza. “Non compete a me evitare danni al personale della Onring”.

“Dunque vorrei sapere cos’è che le compete”. 

Liv non vuole più discutere. Restituisce il modulo compilato e si volta verso l’ascensore.

Trema leggermente mentre la cabina riparte. Le cose non sono iniziate bene. Avrebbe dovuto fare di più per quel disgraziato che è finito sul rullo trasportatore?

Le capita di comportarsi da egoista ma sono casi eccezionali, che in genere riesce ad evitare. 

Considerato il suo ruolo di consulente, normalmente le persone la assecondano senza farle pesare niente. La considerano la soluzione ai loro problemi oppure, alla peggio, un’ospite di riguardo. Quel mestiere le dà una parvenza rispettabile e le permette di agire con formalità e distacco.

Ma cosa succederebbe in un ambiente in cui il suo individualismo venisse sollecitato, ravvivato, infine smascherato? 

Questo è in netto contrasto con il suo ruolo di esperta d’immagine. Non sarebbe meglio, di nuovo, rinunciare all’incarico prima che fosse troppo tardi?

Ad un certo punto l’ascensore si ferma e lascia entrare una figura femminile che regge uno scatolone tra le braccia. 

Sta al di là del suo scatolone tenendo fuori solo gli occhi, come un animale marino che emerge da sott’acqua quel che basta per guardarsi intorno senza venir notato.

C’è aria di dimissioni: quando in un’Azienda con problemi di immagine si registra qualche fatto diverso dall’ordinario (ad esempio un licenziamento o una promozione), per Liv bisogna sempre approfondire.

“Buongiorno, sono Liv Marette. Sono consulente di immagine aziendale”.

“Quindi è già arrivata, ma bene. Mi chiamo Jenny Lamantina, assistente di direzione. Posso fare qualcosa per lei?”

“Sì, in effetti. Vorrei parlarle, prima che vada via. Le informazioni che possiede potrebbero non essere a disposizione di nessun altro, qui in Azienda”. 

La dipendente scoppia in una risata cattiva.

“Lei è fuori strada, io non vado da nessuna parte. Queste cose” continua, accennando allo scatolone, “Le ha lasciate la collega che lavorava per il signor Riccardi”.

Quindi una dimissione c’è stata.

“E’ già andata via la sua collega?” Chiede Liv.

“Non saprei. Ma conosco bene le mansioni di Glenda, può chiedere a me”.

“Dovrei parlare con la diretta interessata”.

“Ora non si può. Sarà in giro chissà dove, a salutare i colleghi. Quando una si prepara a dire addio a quelli che le han fatto da seconda famiglia per tanti anni, non la si può biasimare se non vuole usare il poco tempo ancora disponibile per una sconosciuta” aggiunge.

L’ascensore si ferma e le due donne escono insieme, dirigendosi lungo un corridoio su cui si affacciano una serie di porte chiuse.

“Non volevo biasimare nessuno… Potrei aiutarla a portare qualcosa” conclude Liv, sperando di vincere la diffidenza della dipendente e infilando una mano nello scatolone. Lamantina impallidisce di botto ma quando Liv estrae una pietra, non ci trova niente da obiettare.

“Quella l’ha portata il signor Riccardi dopo un’escursione in montagna”. 

“Sembra una roccia del Grand Canyon in miniatura”. 

Al tatto è farinosa e ha dei lati aguzzi irregolari. Gli strati di colore vanno dal marrone all’arancione e culminano in una superficie rossiccia. Una pennellata scura l’attraversa longitudinalmente.

“Il personale delle pulizie deve averci versato sopra qualcosa. Spero che si asciughi e torni del colore che aveva prima, altrimenti il signor Riccardi si arrabbierà molto”.

“Chi è il signor Riccardi?” 

“Il signor Riccardi è l’altro socio dell’Azienda”.

In quel momento appare il signor Querelle da un corridoio laterale.

“Allora sta bene!” Esclama Liv, sollevata. 

“Sì, ma non ho finito di pulire il rullo e il signor Robertson non ha voluto ricevermi”.

“Perché non hai appuntamento”, commenta Jenny.

“Anche io dovrei parlare con il signor Robertson”, dice Liv. 

La dipendente le indica una porta chiusa alle spalle del signor Querelle.

“Quello è il suo ufficio. Lasci pure a noi la pietra”. 

Liv deposita il cimelio nelle mani del signor Querelle. La signora Lamantina zampetta via, nelle sue calze di nylon trasparenti che sul retro hanno una linea spessa che forma la scritta toutes-choses-d’amour. Il signor Querelle la sorpassa e va a rannicchiarsi sotto lo scatolone, reggendolo con la testa. 

“Aspettate”, grida Liv. “E’ meglio che parli prima il signor Querelle al titolare. Così non ci saranno altri equivoci durante il mio prossimo sopralluogo”.

La dipendente la guarda stupefatta.

“Ma non dovrebbe mancare al suo appuntamento. Il signor Robertson è sempre molto occupato, mi stupisco anzi che abbia trovato un momento libero nella sua agenda. Non dia retta a Querelle. Lui si presenta senza preavviso, per questo non viene ricevuto”.

“Se è questo che pensi, preferisco venire con te”, chiosa Querelle.

Ora, più l’assistente del signor Robertson insiste a volerla allontanare, più Liv si convince che voglia nasconderle qualcosa.

“Ogni momento della giornata del signor Robertson è fitto di incontri e telefonate”, continua la dipendente, riprendendo a camminare. “Chissà quale impegno ha rinviato, pur di riceverla. Se sapesse quanto è difficile organizzargli un incontro con qualcuno. Per non parlare di quando, all’ultimo minuto, mi chiede di spostare un appuntamento. C’è da fare dei giochi che neanche un prestigiatore… Ma questo è un mio problema, mio e di nessun altro” conclude, fermandosi improvvisamente e infilandosi in un ufficio. “Venite dunque, accomodatevi pure”.

(Continua – parti precedenti qui)

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