Cattiva reputazione – 2

“Scusi, sono Liv Marette”, si presenta lei. “Consulente per l’immagine aziendale”. 

L’uomo muove la testa e alcuni ciuffi di capelli che gli sporgono da sotto al berretto si spostano in blocco. 

“Dottoressa Marette, che piacere conoscerla. Stavo approfittando di un momento di calma per pulire il rullo”.

“Mi spiace, ma il magazzino al momento è off limits per tutti”.

L’uomo solleva le mani e le giunge come se fosse in preghiera. Il nastro riprende a scorrere. 

“Ma io non sono tutti. Il mio nome è Adolfo Querelle. Sono quello che in genere si chiama la pecora nera. Io preferisco un altro nome che rende comunque l’idea: il figliol prodigo. Sono quello che permette agli altri di essere buoni, di salvarmi se mi perdo e di sentirsi bene. Senza tipi come me, quelli che contano qui dentro non avrebbero niente da fare. Se ne starebbero a guardare le cose che vanno già bene per conto loro. Grazie a me invece devono ingegnarsi per migliorare le cose, per reinserirmi e redimermi”.

Senza neanche accorgersene Liv solleva il dispositivo rileva odori, puntandolo come un’arma verso l’uomo. 

“Io non posso entrare in queste questioni, signor Querelle. Sono solo una consulente esterna”. 

Il signor Querelle non le dà retta e riparte con il suo appello. 

“Quale vantaggio avrei a venir sempre additato come il ritardatario? Quello che non indossa l’abbigliamento adatto, che fa le pause più lunghe, che non svolge il lavoro nei tempi previsti, che si nasconde dietro alle porte per non farsi trovare? Crede che per me ne valga la pena? No! Io sono costretto a comportarmi così. Alcune volte mi viene spontaneo, non dico di no”. 

“Ha ragione” risponde Liv Marette. Spera di convincerlo a farsi da parte, con le buone. “Spesso si attua un comportamento sbagliato solo perchè gli altri non si aspettano niente di diverso”. 

Il signor Querelle sorride. “Esatto, dottoressa Marette! Se sapesse che agonia è starmene sempre lì ad ascoltare le ramanzine del signor Robertson, subire la cattiveria di quelli che mi chiamano perditempo, e alla fin fine ritrovarmi sempre solo. Sarebbe più facile rigare dritto. Ma allora chi penserebbe al vecchio padre che accoglie e che perdona? Cosa dice lei?” 

“Signor Querelle, spero capirà l’importanza di mantenere sgombra quest’area fino a quando non avrò terminato il mio lavoro. Le chiedo riservatezza perché la notizia è confidenziale ma… sto svolgendo un’indagine per assicurarmi che sia tutto a posto. Successivamente avvieremo una campagna di comunicazione per far risalire la reputazione dell’Azienda, sia internamente che nei confronti degli investitori”. 

Querelle colpisce il rullo trasportatore con la mano aperta, facendolo cigolare penosamente.

“Ho capito!” esclama. “Sta cercando la droga. Io so chi l’ha nascosta su quel tir, tra i sacchi di anelli di cipolle”.

La consulente abbassa il dispositivo rileva odori verso terra.

“Ma non troverà più niente, ormai” continua il signor Querelle. “Lui ha già fatto sparire tutto. La sta usando per allontanare da sé i sospetti, proprio come usa me per sentirsi buono”. 

“Sta dicendo che è stato il signor Robertson a mettere la droga nel tir? Il titolare della Onring?” 

“Esatto. Proprio lui”.

Ora, non solo quel disgraziato ammette la sua scarsa professionalità rigirando la questione per farsene un vanto, ma incolpa anche l’uomo che ha la pazienza di sopportarlo e tenerlo in Azienda, e non si fa scrupoli a render Liv un fantoccio, quale lui si considera, nelle mani del titolare.

“Guardi che sta dicendo una sciocchezza. E’ stato proprio il signor Robertson a contattarmi”. 

Il signor Querelle per tutta risposta scoppia in una risata e fa un balzo verso Liv, ma anziché superare il nastro ci finisce sopra.

“Ahi, mi sono incastrato…” strilla, cominciando a salire. “Ho infilato la mano in un’apertura laterale e nella fretta di estrarla mi è rimasta impigliata”.

A Liv quella non pare una situazione di pericolo. Mentre il signor Querelle si allontana, ripensa alla faccenda del “figliol prodigo”. 

Una volta, quando aveva iniziato da poco a fare il lavoro di consulente, un collega più anziano le aveva detto che avrebbero mentito e insabbiato, e per questo sarebbero finiti all’inferno. 

Liv non credeva da tempo in dio e nell’inferno. Aveva la certezza che le radici del suo credo avessero dipeso dalla convinzione infantile che dio fosse incondizionatamente disponibile a fornirle risposte, quando in realtà aveva sempre parlato da sola, o meglio con una versione ipertrofica di se’ stessa.

E sapeva che la sensazione di stare sotto “la mano protettrice di dio” era la naturale evoluzione del controllo che i suoi genitori avevano esercitato su di lei, fin dalla tenera età. 

Vedeva l’inganno della prova che esistesse un dio pronto ad assecondare le sue preghiere – da quella di trovare bel tempo a una gita scolastica, al farle arrivare una sorellina. 

Ma nonostante tutto, Liv restava sensibile agli argomenti religiosi. Anche se non credeva nel castigo divino continuava a provare la sensazione che sarebbe arrivato, tremendo e devastante come lo aveva immaginato fin da quando era da bambina.

Poi il signor Querelle riprende a lamentarsi e Liv si ricorda che è così che passa senza patemi attraverso brutte situazioni: si distrae e si convince che il male a cui sta assistendo è un’inezia a confronto di problemi ben più gravi, ma ancora lontani. 

Individua lo stop dell’interruttore a fune, sul nastro trasportatore, e lo strattona violentemente. Ma non avviene nessun cambiamento. 

“E’ colpa del signor Robertson” ripete il signor Querelle, ormai dentro al tunnel.

(Continua – La parte 1 è qui)

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