Cattiva reputazione

Guardavo l’insegna disegnata sulla parete di mattoni chiari in fondo al piazzale e mi chiedevo se avrei fatto ancora in tempo a rinunciare all’incarico. Senza rallentare mi tolsi gli occhiali dalla montatura esagonale, ci soffiai sopra e rimisi a fuoco l’ingresso di vetro e alluminio su cui campeggiava la scritta Onring.

Non era una questione di insicurezza: ero certa di poter fornire le soluzioni che si attendevano da me, e anche piuttosto rapidamente.  

Ma ero sempre più a disagio al pensiero di dover difendere la buona reputazione di un’Azienda. Sapevo che avrei dovuto mentire e magari costruire prove false per sostenere una certa immagine aziendale.

Proseguii meccanicamente oltre l’ingresso, dicendomi che avrei potuto riflettere su tutto questo con calma. L’addetto alla sicurezza mi bloccò per certe formalità. Risposi quel tanto che bastava a levarmelo di torno. 

Ero abituata a partire velocemente e senza perdere tempo, ad esempio, nella ricerca di tante informazioni preliminari. Non avevo neanche letto il rapporto degli agenti sul ritrovamento della droga, tra i sacchi di anelli di cipolle. 

Questo cominciare “al buio” mi lasciava libera di formarmi un’opinione incondizionata, e soprattutto di capire i bisogni che stavano dietro all’assegnazione di un incarico, e che non sempre coincidevano con quelli dichiarati. 

Una volta concluso l’iter di accettazione attraversai l’atrio, indovinando dietro ad una spessa porta di ferro l’uscita sullo slargo che portava al magazzino. 

Lo raggiunsi. Sarà stato grande un campo da calcio. In quel momento non c’era nessuno, ma i nastri trasportatori continuavano la loro lenta risalita fino a venti metri e oltre, raggiungendo dei tunnel sigillati e proseguendo oltre le pareti, chissà dove. 

Avevo con me un dispositivo per analizzare gli odori. Uno di quegli oggetti fatti per uno scopo ben preciso e definito. Anche io a volte mi sentivo così: adatta ad un certo compito – uno solo, ma che avrei svolto alla perfezione. 

Attivai il dispositivo e mi diressi verso le file dei pellet. Avvertii un brivido di freddo. 

L’addetto alla sicurezza aveva sorriso in modo ambiguo quando mi ero presentata, come a dire non sai cosa ti aspetta. Poi s’era offerto d’andarmi a reperire un impermeabile termico, ma avevo dovuto rifiutare. 

Me lo avesse proposto subito, avrei detto di sì. Accettarlo dopo, invece, significava prendermi anche lo scetticismo e la sfiducia impliciti in quel sogghigno: arrendermi a qualcosa che imponeva, invece, una netta presa di distanze. 

Sentendomi sempre più determinata ad affrontare gli aspetti più spinosi della faccenda, mi diressi dove l’odore della cipolla diventava più pungente – per il momento non c’era traccia di stupefacenti -, e ad un certo punto mi accorsi dell’intruso. 

Se ne stava dall’altra parte di un nastro, che teneva bloccato con le mani. 

(Continua…)

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