L’ulivo

Questo racconto è presente tra le proposte editoriali della rubrica a cura di Remo Bassini “Quattro mezze cartelle” de Il Fatto Quotidiano.

Suonai il campanello dei Balti e attesi.

“Chi è?” chiese la voce femminile al citofono.

“Sono Anita, perilcolloquio… Sono venuta per il colloquio” ripetei, scandendo meglio le parole. Mi aspettavano certamente, di sopra. E se non fosse stato così, avrei potuto farmi ricevere comunque. Dipendeva da come avrei risposto. “Ho appuntamento con la signora Balti”, ripresi. “Abbiamo parlato ieri al telefono per il lavoro in agosto, per badare all’appartamento”.

Anche se era la Balti al citofono, poteva aver dimenticato l’appuntamento. Meglio ripetersi, ristabilire gli equilibri: qualcuno avrebbe usato pazienza, cautela, rispetto. Qualcun altro aveva la libertà di ricordare o meno, poteva fare come voleva, non andava messo in difficoltà o colto impreparato per nessun motivo.

Finalmente udii il clic elettrico del portone che si apriva.

“Quinto piano”, disse la voce femminile.

“Grazie”, gridai infilandomi dentro.

Attraversai l’androne, finì dritta nell’ascensore aperto e premetti il pulsante del piano. Mi guardai allo specchio nella cabina. Avevo uno sguardo che non mi sarei aspettata: spento e distaccato. Possibile che fossi già stanca? 

Uscendo dall’ascensore notai una porta sul pianerottolo che si stava aprendo in quel momento. Mi sentii di nuovo concentrata, ben disposta. Una donna di media statura e con le spalle dritte emerse dalla porta socchiusa. Aveva i capelli grigi, portava un taglio curato e semplice. 

“Buongiorno, tu devi essere Anita”, disse. 

“Buongiorno, sì. Piacere”, risposi. 

La seguii. All’inizio mi parve tutto indistinto, l’ambiente era immerso nella penombra. A poco a poco mi resi conto della sala dai soffitti alti, arredata con pezzi sofisticati e attorniata da divani gran lusso. Mi sedetti a un tavolo di alabastro e abete intagliato che attraversava tutta la stanza. Le distanze tra gli oggetti, le proporzioni delle forme avevano una precisione matematica. Ero incantata: vivere lì sarebbe stato un sogno.

La signora Balti iniziò ad elencare i compiti da eseguire in sua assenza. Cercavo di ascoltare ma non potevo evitare di distrarmi, sopraffatta com’ero dall’eleganza che mi circondava. 

Dar da mangiare al gatto (c’era un gatto, quindi, ma in quel momento si era nascosto). Togliere la polvere. Innaffiare le piante. 

Guardai le tende tirate sulle grandi finestre. Si intravvedevano le ombre dei vasi in terrazzo. Notai un ammasso di foglie sopra ad un arbusto lungo e spaventosamente contorto. Sembrava un ulivo. Non pensavo che si potesse tenere un ulivo sul terrazzo.

Mi ero distratta di nuovo. Cercai di ripescare rapidamente le ultime parole della Balti: niente di complicato. Feci un cenno di sì convinto con la testa.

“E poi questo appartamento così bello, invoglia davvero ad averne cura”. Dissi, per compiacere. Forse poco professionale. Avevo rovinato tutto? Fortunatamente non mi congedava ancora. Mi fece alcune domande sull’università. Le spiegai che aspettavo solo le correzioni del docente della tesi per laurearmi.

“Come mai le interessa questo lavoro?” Chiese.

Voleva capire se avessi buone intenzioni. Bastava dirle la verità.

“A me piace scrivere… Ambisco a questo spazio confortevole, silenzioso, che non è mio, per rastrellare le idee, stanarle ovunque si trovino – sperando che siano da qualche parte – e bloccarle sulla carta. Soprattutto, vorrei dar loro una forma compiuta, definitiva! Spesso non riesco a concludere le storie che inizio. Questo posto è perfetto per concentrarmi!”.

Forse avevo esagerato con l’entusiasmo ma non volevo sembrare reticente. Meglio mostrarsi spontanei in certi momenti.

Mi sentivo più sollevata, avevo realmente trovato la mia dimensione. Non ero più un essere in attesa, incerto e senza mordente!

“Io e mio marito partiremo tra quindici giorni. Staremo via per sei settimane.”

“Certamente, va bene.”

Non sapevo a che cosa stessi dicendo va bene. Va bene, va bene. Un’altra volta la mente offuscata. Ero rimasta sola. La Balti si era alzata per andare da qualche parte. Quando tornò mi porse qualcosa.

“Ecco qui. Fai attenzione a non perderle”. Erano le chiavi dell’appartamento. Avevo ottenuto il lavoro.

(racconto completo e gratuito facendone richiesta all’indirizzo muranolabs@gmail.com)

2 risposte a "L’ulivo"

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