L’ulivo

Suonai il campanello dei Balti e attesi.

“Chi è?” chiese la voce femminile al citofono.

“Sono Anita, perilcolloquio… Sono venuta per il colloquio” ripetei, scandendo meglio le parole. Mi aspettavano certamente, di sopra. E se non fosse stato così, avrei potuto farmi ricevere comunque. Dipendeva da come avrei risposto. “Ho appuntamento con la signora Balti”, ripresi. “Abbiamo parlato ieri al telefono per il lavoro in agosto, per badare all’appartamento”.

Anche se era la Balti al citofono, poteva aver dimenticato l’appuntamento. Meglio ripetersi, ristabilire gli equilibri: qualcuno avrebbe usato pazienza, cautela, rispetto. Qualcun altro aveva la libertà di ricordare o meno, poteva fare come voleva, non andava messo in difficoltà o colto impreparato per nessun motivo.

Finalmente udii il clic elettrico del portone che si apriva.

“Quinto piano”, disse la voce femminile.

“Grazie”, gridai infilandomi dentro.

Attraversai l’androne, finì dritta nell’ascensore aperto e premetti il pulsante del piano. Mi guardai allo specchio nella cabina. Avevo uno sguardo che non mi sarei aspettata: spento e distaccato. Possibile che fossi già stanca? 

Uscendo dall’ascensore notai una porta sul pianerottolo che si stava aprendo in quel momento. Mi sentii di nuovo concentrata, ben disposta. Una donna di media statura e con le spalle dritte emerse dalla porta socchiusa. Aveva i capelli grigi, portava un taglio curato e semplice. 

“Buongiorno, tu devi essere Anita”, disse. 

“Buongiorno, sì. Piacere”, risposi. 

La seguii. All’inizio mi parve tutto indistinto, l’ambiente era immerso nella penombra. A poco a poco mi resi conto della sala dai soffitti alti, arredata con pezzi sofisticati e attorniata da divani gran lusso. Mi sedetti a un tavolo di alabastro e abete intagliato che attraversava tutta la stanza. Le distanze tra gli oggetti, le proporzioni delle forme avevano una precisione matematica. Ero incantata: vivere lì sarebbe stato un sogno.

La signora Balti iniziò ad elencare i compiti da eseguire in sua assenza. Cercavo di ascoltare ma non potevo evitare di distrarmi, sopraffatta com’ero dall’eleganza che mi circondava. 

Dar da mangiare al gatto (c’era un gatto, quindi, ma in quel momento si era nascosto). Togliere la polvere. Innaffiare le piante. 

Guardai le tende tirate sulle grandi finestre. Si intravvedevano le ombre dei vasi in terrazzo. Notai un ammasso di foglie sopra ad un arbusto lungo e spaventosamente contorto. Sembrava un ulivo. Non pensavo che si potesse tenere un ulivo sul terrazzo.

Mi ero distratta di nuovo. Cercai di ripescare rapidamente le ultime parole della Balti: niente di complicato. Feci un cenno di sì convinto con la testa.

“E poi questo appartamento così bello, invoglia davvero ad averne cura”. Dissi, per compiacere. Forse poco professionale. Avevo rovinato tutto? Fortunatamente non mi congedava ancora. Mi fece alcune domande sull’università. Le spiegai che aspettavo solo le correzioni del docente della tesi per laurearmi.

“Come mai le interessa questo lavoro?” Chiese.

Voleva capire se avessi buone intenzioni. Bastava dirle la verità.

“A me piace scrivere… Ambisco a questo spazio confortevole, silenzioso, che non è mio, per rastrellare le idee, stanarle ovunque si trovino – sperando che siano da qualche parte – e bloccarle sulla carta. Soprattutto, vorrei dar loro una forma compiuta, definitiva! Spesso non riesco a concludere le storie che inizio. Questo posto è perfetto per concentrarmi!”.

Forse avevo esagerato con l’entusiasmo ma non volevo sembrare reticente. Meglio mostrarsi spontanei in certi momenti.

Mi sentivo più sollevata, avevo realmente trovato la mia dimensione. Non ero più un essere in attesa, incerto e senza mordente!

“Io e mio marito partiremo tra quindici giorni. Staremo via per sei settimane.”

“Certamente, va bene.”

Non sapevo a che cosa stessi dicendo va bene. Va bene, va bene. Un’altra volta la mente offuscata. Ero rimasta sola. La Balti si era alzata per andare da qualche parte. Quando tornò mi porse qualcosa.

“Ecco qui. Fai attenzione a non perderle”. Erano le chiavi dell’appartamento. Avevo ottenuto il lavoro.

Quella sera faticavo ad addormentarmi. Pensavo alle cose peggiori.

Ai ladri che entravano dai Balti di notte. Io non sarei riuscita a difendermi. Si sarebbero presi tutto. Oppure avrei provocato un incendio. 

Avevo cercato l’occasione per stare via di casa e lontano dai miei genitori per un pò, ma ora mi rendevo conto delle responsabilità che quel lavoro comportava. Potevo sempre contare sulle mie capacità di adattamento. Anche quando si presentavano dei problemi, in genere riuscivo in qualche modo a rimediare. Anzi, le soluzioni migliori arrivavano sistemando qualcosa che stava venendo su male, e che in origine avrebbe dovuto avere un aspetto diverso.

Ma con questo approccio andava a finire che mi ritrovavo spesso in situazioni in cui tolleravo l’intollerabile. 

Ciò che facevo deliberatamente si rilevava meno significativo rispetto al correggere un errore. 

C’erano momenti in cui pensieri come questi mi rendevano molto insicura.

Come avrei potuto seriamente vigilare sul magnifico appartamento dei Balti? Il gatto sarebbe schizzato giù dal palazzo, finendo sotto un’auto. Le piante sarebbero seccate e morte.

Se avessi telefonato alla signora Balti subito, l’indomani mattina, avrebbe trovato un’altra persona a cui affidare l’appartamento. Ma mentre lo pensavo mi sentivo già male. Non avrei mai rinunciato a quel lavoro per motivi di coerenza o per orgoglio personale. 

Perché poi sentir male? Subivo ancora l’influsso dei miei genitori che mi rimproveravano il fatto di non esser fiera e indipendente come avrebbero voluto! Il fatto che mi desse sui nervi mi dava da pensare… 

Alla fine dovevo essermi addormentata.

Ad un certo punto tutte le preoccupazioni passarono. Il giorno dell’inizio dell’avventura, mi presentai di buon’ora all’indirizzo della signora Balti.

Aprì la porta dell’appartamento e la richiusi rapidamente, come se stessi eseguendo un test di velocità. Andava tutto bene. Ero dentro. Scostai le tende per far entrare la luce. Perlustrai la casa da palmo a palmo. 

Entrai in tutte le stanze: potevano essere dieci o venti, comunque uno sproposito. Avevo una sensazione di abbondanza. Ogni tanto mi sedevo su una seduta design e guardavo i soffitti, i quadri, il pavimento, i mobili, sentendomi traboccare di gioia. Ah che libertà, che agiatezza!

Era il momento di fare amicizia con il gatto. Avremmo condiviso la felicità di vivere qui. Si chiamava Muffin. 

“Muuffiiinn? Mu mu mu muffin, muffin muffin muffinmù, muffi muffi muffi… muffee muffee muffee…”

Stavo cantando. Non troppo forte, non volevo farmi sentire dai vicini. In un pensile in cucina trovai la scatola dei croccantini e la agitai. Mi venne tra i piedi un gatto magro e grigio. Gli versai i croccantini nella ciotola. Si servì e non si curò più di me. 

Pazienza che non fosse un gatto socievole, tutto restava straordinario: anche il modo in cui gocciolava l’acqua giù dal rubinetto semichiuso.

Mi sistemai in una camera con un letto singolo. Trascinai una scrivania sotto alla finestra e spostai il letto dove prima c’era la scrivania. Ne avrei fatto il mio studio. Avevo in mente un racconto di fantascienza.

Mi piaceva questo genere perché non era necessario spiegare tutto, ci si poteva concentrare su alcuni aspetti essenziali e lasciare il resto indefinito. Mi permetteva di parlare di cose attuali, estremizzandole.

Forse perché da bambina avvertivo spesso le cose come abnormi ed esasperate. La cosa più spaventosa non era che le cose fossero strane, ma che lo fossero solo per me, mentre per tutti gli altri sembravano nella norma. Cercavo di non far capire a nessuno che la mia percezione fosse tanto diversa.

A volte non sentivo niente di niente per qualche istante e un attimo dopo vedevo tutti pronti a fare qualcosa. C’era sempre qualche questione fondamentale che mi sfuggiva. Ancora una volta non era il caso di fare storie, di mostrarmi un’estranea.

Non capivo tante cose. Se pensavo alla mia infanzia mi immaginavo in una scatola chiusa, senza sapere che si sarebbe aperta, né che esistesse la possibilità di aprirla (neanche in via teorica).

Non avrei avuto difficoltà ad immaginare un contesto post nucleare o un mondo alieno.

Cominciai a scrivere. Sulla Terra, reduce da una grave epidemia, la protagonista Annika, una giovane sui venticinque anni, seguiva su uno schermo la campagna elettorale per la scelta del nuovo governatore.

Per il candidato dell’opposizione bisognava trovare una cura efficace che impedisse alla malattia di manifestarsi di nuovo. Il virus seguiva un ciclo ormai, da tempo: infieriva sulla popolazione e scompariva, ma ad un certo punto tornava a colpire. 

Il governatore uscente si concentrava invece su altro: sulla costruzione di palazzi moderni, resorts, sale da gioco. Ravvivare il panico a fini di campagna elettorale non era che un modo per soggiogare la popolazione con l’insicurezza e la paura.

L’opposizione accusava il governatore uscente di voler rispondere a una domanda di normalizzazione, allontanando irresponsabilmente il problema.

La giovane protagonista sosteneva quest’ultimo candidato. Era giusto mettersi al riparo dalla prossima ricaduta, vincendo l’indifferenza…

Scrissi fino a tardi. Era un racconto originale, profondo, pieno di sfumature e ambiguità. Quanta verità condensata in poche pagine… Che giornata produttiva, esaltante, perfetta!

La mattina dopo rilessi il manoscritto e non mi sembrò più tanto bello. L’idea della campagna elettorale e dei tentativi di strumentalizzare l’opinione pubblica era trita e ritrita.

Lo riscrissi lasciando perdere le elezioni. Andai avanti tutto il giorno, fermandomi a mangiare un panino e del tonno che trovai in dispensa.

Annika accettava di sottoporsi ad un trattamento che avrebbe permesso di sconfiggere la malattia. Prima di recarsi al laboratorio medico per iniziare la sperimentazione, andava a salutare una sua amica, una ragazza a cui voleva bene ma che considerava un po’ leggera e superficiale. Questa amica cercava di dissuaderla, di convincerla ad informarsi sui rischi. Non si sapeva in che cosa consistesse la cura. Ma Annika non voleva ascoltarla. Partecipava alla sperimentazione per garantire la stabilità e il futuro del genere umano, questa era la posta in gioco e niente avrebbe potuto distoglierla dal suo scopo.

Mi sentii di nuovo fiduciosa. Del resto, da dove veniva la necessità di scrivere qualcosa di diverso da tutto quanto, di totalmente eccezionale? Erano i miei genitori ad aspettarsi sempre gusti e comportamenti diversi da quelli dei miei coetanei, migliori dei loro, fin da quando ero piccola. Veniva da qui la mia spinta ad essere originale? Ma allora rivendicavo il mio diritto a scrivere cose già viste e sentite! Ecco l’effetto di questo appartamento: mi sentivo così lucida! Me l’aspettavo che avrei fatto bene a venire qui, era il posto giusto per scrivere! Sarebbe andato tutto bene. 

Ogni sera innaffiavo le piante sul terrazzo. Ma l’ulivo m’innervosiva, evitavo persino di guardarlo. Sembrava sempre lì lì per cadere sugli altri vasi e ribaltarsi. Era venuto su male, sottile e contorto. Possibile che ai Balti interessasse solo vedere quella cosa allungarsi, ma non si occupassero del suo reale benessere?

Non aveva scampo, era condizionato da una crescita infelice, fermo ai suoi esordi, bloccato. 

La signora Balti mi aveva lasciato il cellulare di un giardiniere, dicendomi che in quel momento si trovava ancora in ferie. Gli avrei chiesto di venire come prima cosa al suo rientro. Feci il numero. Mi rispose un ragazzo, dalla voce sembrava mio coetaneo. 

“Puoi venire a sistemare il terrazzo dei Balti?” Chiesi con un filo di voce.

“Va bene. Vengo domani mattina, verso le undici”, rispose.

Non me l’aspettavo. Porc porc porc. Pensavo di poter restare completamente sola ancora per un pò. Potevo dire di no? Avrei dovuto sistemare l’appartamento, farmi la doccia, lavare i piatti. Potevo inventare una scusa per rinviare l’intervento del giardiniere?

“Domani sì, d’accordo”, dissi.

Avevo rovinato tutto. Quello era il mio spazio ma anche lì mi adeguavo, mi sottomettevo e perdevo la concentrazione!

Trascorsi un pò di tempo a camminare per stanze e corridoi senza pensare, prendendo un libro da un mobile, appoggiandolo su una mensola, riportandolo al suo posto iniziale.

Cominciai a fantasticare sul giardiniere. Quale aspetto aveva? Per rimediare al fatto di contare tanto poco e al mio bisogno di conferme, sarebbe bastato che fosse un minimo passabile perché mi rendessi disponibile. 

Verso sera riuscii a rimettermi a scrivere.

Annika si trovava al centro per la sperimentazione ed era a colloquio con il dottore. Si era sempre sentita a disagio con i medici. L’uomo si mostrava affabile e gentile. Aveva cominciato con il ribadire cose note a tutti, come la terribile devastazione di cui era capace l’epidemia. Ma c’era la possibilità di contrastarla, con fermezza e senza disperarsi. Esisteva un programma per pianificare delle nascite controllate tramite l’inseminazione artificiale. La candidata era libera di accettare o meno di portare in grembo un bambino con i geni immuni al virus. Annika era arrivata fin lì con l’intenzione di rispondere con coraggio a qualsiasi richiesta potesse venirle fatta, e aveva detto sì.

Scrivere mi mise di buon umore. Andai in cucina, tolsi i piatti sporchi dei giorni prima e mi preparai un panino al formaggio.

Se doveva succedere qualcosa, preferivo che accadesse alla svelta. Detestavo suscitare e procrastinare un desiderio che mi riguardava. Non tolleravo la pressione. 

Non sarebbe stato un problema accelerare le cose, far capire al giardiniere che ero ben disposta nei suoi confronti. Avrei potuto raccontargli l’effetto che mi faceva l’ulivo. Il modo in cui si protendeva verso gli altri vasi era imbarazzante, aveva voluto compiacere quelli che volevano vederlo crescere, che non si erano preoccupati di rispettare i suoi tempi e di garantirgli uno sviluppo più armonioso. 

Si sarebbe capito che mi identificavo con questo essere fragile e che avevo tutta l’intenzione di compiacere anch’io.

E anche se fosse sfuggito il senso delle parole, si sarebbe colta una certa fumosità del discorso. Certi ragazzi si sentivano incoraggiati quando capivano che eri un tantino irragionevole.

Una delle cose più curiose nell’andare a letto con qualcuno è che presto scomparivano anche il possibile disgusto o il senso di estraneità iniziali. Un volto troppo spigoloso, occhi chiusi a mezz’asta, un odore cattivo… anche i particolari più brutti perdevano rapidamente il loro effetto, una volta avviato l’atto sessuale. Il terrore dell’incontro e dell’approccio fisico si rivelavano non più tanto terrificanti, e a quel punto maturava un sentimento di sollievo e riconoscenza che somigliava alla passione.

Da dove veniva questo continuo puntare il dito contro la mia capacità di adattamento?

Ma anche il voler risalire di anello in anello fino alle cause prime di azioni e pensieri, non andava bene affatto! Il condizionamento maggiore doveva avere a che fare con il percorso, non con una singola causa – iniziale o prossima che fosse. Perché dare tanta importanza alle cause prime? Semplificavano la questione, essendo identificabili. Ma a quelle cause iniziali, nel tempo, si erano aggrappati comportamenti e pensieri tali da averne cambiato la natura originaria, e ora si trattava di entità nuove! E l’individuo, nel frattempo, era mutato. L’individuo colpito da quelle cause non esisteva più! Era inutile indagare su cosa fosse in origine, se non per illudersi di aver trovato la chiave per stare bene. Ci si identificava con un sé che non ci riguardava più, ormai!

Ma insomma… Trascorrevo la maggior parte del tempo a consolarmi per un qualche torto subìto all’origine, e a cercare di ottenere un risarcimento. E se tutto fosse stato ripagato, quale obiettivo mi sarebbe rimasto? Avevo quello che chiamano il nucleo dell’io oppure, al di fuori delle risposte da dare a bisogni trascurati o indotti, il nocciolo dell’io era vuoto?

Era il mio modo di affrontare l’arrivo dello sconosciuto: farla finita con la facile auto-consolazione e auto-giustificazione, sentirmi in qualche strambo modo forte, indipendente e sicura di me.

“Ciao, sono Davide” disse il giardiniere, quando lo feci entrare. Aveva un aspetto ordinario. Nessun dettaglio ripugnante in evidenza.  

“Piacere, Anita”.

Non perse tempo e uscì in terrazzo. Sembrava pratico. Lo lasciai da solo ad armeggiare per un po’. Poi ad un certo punto lo raggiunsi per accertarmi che si stesse occupando dell’ulivo. Stava potando un pino con le cesoie.

“Non credo che la proprietaria volesse fare molti lavori qui”, cominciai. “Soltanto l’alberello di ulivo avrebbe bisogno di un intervento. Credo che sia da tagliare oppure che ci sia da cambiare il vaso”.

“Nessun problema, davvero. Sarei dovuto venire prima” rispose il giovane continuando a lavorarsi il pino.

“È che mi aveva lasciato il tuo numero per le emergenze”, insistetti. 

“E’ questione di poco. Tra l’altro anche io ho un impegno, più tardi”.

Che amarezza. Credeva che volessi mettergli fretta. Tornai dentro. 

Attesi un po’ e poi uscii di nuovo. Non sapevo come affrontare la questione con il giardiniere, ma se avesse colto un dubbio, un’intenzione di portare le cose verso qualche altra direzione, non si sarebbe risolto a sospendere tutto? 

“L’alberello finirà per cadere sulle altre piante. È troppo sbilanciato!” Gemetti, mettendomi di traverso tra il pino e il giardiniere.

“Scusa, scusa!” fece lui spostandosi bruscamente e facendo cadere le forbici.

“Figurati, sono io che non dovrei essere qui” risposi, consapevole di essere l’unica responsabile del pericolo che avevo corso di venir tranciata dalle cesoie. “Potresti sistemare l’ulivo?” Supplicai. 

“Ma non c’è niente da fare con l’ulivo”.

“Mi pare di sì, invece”.

“Se si alza un vento forte, lo puoi trascinare in casa”.

“In casa? No!” Gridai.

“Perché?” La prospettiva di avere quel coso nell’appartamento mi atterriva.

“Non lo so”. 

Sembrava il momento adatto a tirar fuori quel genere di discorsi vaghi e matti, che partivano di corsa e perdevano subito terreno. Ma non ero più sicura di voler iniziare una relazione con il giardiniere. Ci fu un attimo di silenzio.

“Fa caldo”, disse poi. “Entro a prender un bicchiere d’acqua”.

“Sì, ok”.

Lo seguii in cucina. Prese un bicchiere dalla credenza e lo riempì con l’acqua del rubinetto. Mi passò il bicchiere e ne prese un altro per sé. Dopotutto, era gentile. Gli chiesi se studiasse.

“Sì, insomma. Sono fuori corso, alla facoltà di Agraria. Tu?”

“Mi manca la tesi per laurearmi in Filosofia”.

“Bello!”

“Neanche io ho fretta di finire”. Mi pentii subito di averlo detto. Poteva sembrare che lo accusassi di perdere tempo. “Non so che cosa vorrò fare, una volta terminati gli studi”, aggiunsi.

“No?”

“Veramente mi piace scrivere”.

“Uhm… Potresti lavorare in una casa editrice”.

“Sì, ma non sarebbe come scrivere. Lo farei pensando di fare quello che mi piace perché avrei vicino persone che veramente lo fanno. Che poi non è detto che scrivere davvero comporti il non scender mai a compromessi. Magari mi chiederebbero di scrivere qualcosa in cui non credo. Bisogna scrivere quello che chiede il mercato, se si vogliono trovare tempo e risorse per realizzare contenuti di maggiore qualità…”

Mi ascoltava senza fare una piega, come se trovasse tutto chiaro e coerente.

“…Ma a quel punto si rischia di perdere la motivazione e concentrazione necessari a realizzare quei contenuti” conclusi.

“Io suono la batteria in un gruppo”.

“Che bello!”

“Qualche volta puoi venire a sentirci suonare, se ti va”.

“Sì, volentieri”.

“Ok! Adesso finisco sul terrazzo”.

“Certo”.

Ora che avevamo stabilito un contatto avvertivo con meno preoccupazione gli spostamenti di vasi, gli strappi e le sforbiciate, mentre l’ulivo forse continuava a rimanere intonso. Dopo una mezz’ora Davide rientrò dentro casa reggendo un sacco di plastica pieno di foglie e rametti.

Lo seguii alla porta d’ingresso. Gliela aprii. 

“Ti chiamo per il prossimo concerto”, disse. 

“D’accordo, grazie. Ciao”. 

Chiusi la porta alle sue spalle. Era andato via, ma con l’intenzione di rivederci. In quel momento mi parve la cosa migliore. 

Tornai sul terrazzo. L’ulivo era come prima. Pazienza.

Tutto si era accomodato, alla fine. Bastava aspettare il concerto. Invece no. Stava per cominciare un periodo di attesa insostenibile.

Immaginai una scena diversa. Mentre aprivo la porta per farlo uscire, Davide lasciava cadere il sacco di foglie a terra, appoggiava la mano sulla mia e poi mi baciava.

Aveva un sapore strano in bocca, aspro, ma non me ne importava.

Il periodo successivo avrebbe potuto avere una certa configurazione, con un possibile svolgimento e una conclusione certa. Avrei aspettato l’invito di Davide al concerto. Nel frattempo non avrei combinato niente, a parte guardare serie TV o film in modo compulsivo. Non avrei più scritto. Sarebbe stato un periodo morto, con i giorni lunghi e monotoni.

Poi in qualche modo sarebbe arrivato l’invito per il concerto e ci sarei andata. Sarebbe stato tutto meraviglioso. Una di quelle serate entusiasmanti, scintillanti ed euforiche. Mi sarei sentita bene con tutti e con tutto. Il giardiniere, rapito ed entusiasta, mi avrebbe atteso a fine serata, non vedendo l’ora di rimanere soli.

In seguito, memore delle fatiche di aspettare quel primo invito, forse avrei cercato di accorciare i tempi fino all’incontro successivo. E dopo l’incontro successivo avrei voluto ridurre ulteriormente le distanze, fino a perdere di vista la relazione stessa, focalizzandomi solo sull’annullamento dei tempi di separazione tra un appuntamento e l’altro, soffocante, arrivando velocemente a una rottura. Le mie relazioni a volte andavano a finire così. 

Dovevo correre ai ripari. Meglio sarebbe stato lasciar perdere tutto, dimenticare Davide! Non ero venuta dai Balti per dedicarmi alla scrittura senza distrazioni? 

Uscii in terrazzo armata di seghetto e cominciai a tagliare. Non avevo bisogno del giardiniere. Era buio ormai, ma distinguevo bene la sagoma dell’ulivo. Cercavo di fare in fretta, segavo il più possibile. Arrivai al tronco e tagliai anche quello, rendendo l’arbusto meno contorto, più corto. Mi ero lasciata prendere la mano. Forse lo avevo ucciso.

Dovevo farlo sparire. Sradicai le radici dal vaso e le misi in un sacchetto. Trascinai l’albero dietro alle altre piante, steso a terra. Tolsi le tracce di terra, i rami e le foglie.

Ora mi vergognavo di questa cosa che avevo fatto e non desideravo più avere niente a che fare con Davide.

Rientrai in casa, mi lavai le mani e cominciai a scrivere. La protagonista entrava in contatto con il giovane esponente di un gruppo “alternativo”, John, che sosteneva di aver individuato un rimedio migliore dell’inseminazione artificiale. Lo stesso virus che provocava la malattia, se adeguatamente trattato, in alcuni soggetti dava la possibilità di mantenersi in vita per sempre! Non c’era modo di sapere se il trattamento avrebbe avuto effetto: qualcuno si sarebbe salvato e lo avrebbe scoperto perchè sarebbe vissuto all’infinito, per qualcun invece sarebbe sopraggiunta la morte. Ma tutti potevano sperare di essere destinati all’immortalità.

Dopo un certo periodo, sebbene la vita con il giovane anarchico fosse semplice e leggera, Annika si sentiva irrequieta, non potendo fidarsi di questo metodo in cui la buona sorte aveva una parte così importante. Dopotutto lei era cattolica: le azioni (buone o cattive che fossero) dovevano pur contare qualcosa! Così Annika decideva di lasciare il gruppo e le sue facili soluzioni, e tornava al centro medico per sottoporsi all’inseminazione.

La mattina dopo mi ributtai sul racconto. Annika aspettava di conoscere l’esito dell’intervento e di sapere se fosse rimasta incinta. Nel frattempo riceveva messaggi di critiche feroci. Aveva sostenuto una politica malata in cui le donne non come individui, bensì come beni sacrificali, si assumevano l’onere della perpetuazione della specie. Proteggere l’umanità a queste condizioni significava guastarla in tutti i casi. 

Spaventata, Annika si confidava con il dottore. Questi minimizzava le minacce. Chi scriveva in realtà preferiva non intervenire, rimanere in disparte. Dimostrava indifferenza verso le generazioni a venire. Ci si preoccupava dei diritti di genere e di preservare modi urbani e delicati, quando sarebbe bastato un altro ciclo di malattia per spazzare via uomini e donne in grado di applicare quei manierismi ed amabili consuetudini, e bambini a cui insegnarli.

Annika si era inizialmente rasserenata, ma ben presto aveva ripreso ad allarmarsi. Non sapeva d’esser passata dalla parte delle persone “indelicate”. 

Sentii suonare alla porta dell’appartamento. Erano le tre del pomeriggio, poteva essere Davide? Un pò ci sperai. Aprii ad una donna sulla sessantina, vicina di casa. 

“Questa notte ho sentito dei rumori provenire dal terrazzo dei Balti. Ci sono stati i ladri?” Chiese.

“No!” Risposi. Sudavo freddo.

“Sembrava che stessero portando via qualcosa”, aggiunse sospettosa. 

Dalla sua camera aveva sentito qualcosa che veniva trascinato e portato via. Temeva di essere il prossimo possibile bersaglio di un furto. Cercai di rassicurarla che era tutto in ordine. Si calmò quando le promisi di avvisare i proprietari dei possibili movimenti sospetti.

“Lo dica anche a loro figlio. Vi ho sentiti ieri, mentre parlavate in terrazzo”.

“Si riferisce al ragazzo che è venuto a sistemare le piante?”

“Sì. Data la situazione dovrà pur intervenire. Purchè non ricominci a suonare a tutte le ore del giorno”.

“Va bene”.

Richiusi la porta. Davide dunque era il figlio dei Balti. La proprietaria doveva avermelo detto, ma chissà cosa ne avevo fatto di quell’informazione. 

Le distanze con Davide si erano accorciate senza che potessi farci niente. Non avevo motivi per chiamarlo (conoscevo bene la causa dei rumori), ma era solo questione di tempo perché ne trovassi uno. 

Stavo per riempire la ciotola del gatto ma mi accorsi che era ancora piena. Muffin non aveva toccato i suoi croccantini.

In genere potevo sentirlo sfrecciare in cucina, trangugiare il suo pasto e poi sparire. Ma a volte non ci badavo, mi accorgevo che aveva mangiato solo perché trovavo la ciotola vuota.

Provai ad agitare la scatola di croccantini ma il micio non si fece vedere.

Lo cercai ovunque, in tutte le stanze e sul terrazzo. Controllai la sua sabbietta e la trovai pulita. Uscii sulle scale e le percorsi da cima a fondo, ma non era nemmeno lì. Chiesi ad alcuni vicini. Nessuno lo aveva visto.

Ero nel panico. Rientrai in casa e chiamai Davide. Era giusto avvisarlo dell’assenza del gatto. 

“Pronto?” Rispose.

Provai un tuffo al cuore. Avevo fatto tanto per dimenticarlo che ora mi sembrava di essergli affezionata da anni. 

“Ciao, sono Anita”, dissi.

“Ciao. Ti avrei chiamato, Muffin mi ha seguito in ascensore. L’ho portato da me”, disse.

“Hai tu il gatto?”

“Sì. In realtà era il mio gatto”.

“Era… il tuo gatto?”

“Sì. Ma te lo devo ridare perché sono in partenza. Senti, domani sera facciamo le ultime prove a casa di un amico. Vuoi venire?”

Ero come in trance. Mi segnai l’indirizzo. 

Il sacrificio dell’ulivo era stato inutile. Con la maggior cautela possibile per evitare il minimo suono, andai in terrazza e lo ripiazzai in qualche modo dentro al vaso.

“L’unico modo per essere liberi è non desiderare…”. Ci trovavamo nell’appartamento dei Balti. Le prove erano state una noia ma avevo cercato di mostrarmi interessata. Ora cedevo alla stanchezza, bevendo vino e parlando a ruota libera. “…La felicità consiste nell’allontanarsi temporaneamente dalla prima caduta: quindi ha una natura falsa ed effimera, e condanna chi la desidera ed ottiene a restare sotto l’influsso della caduta”.

“Che cosa dici? Non ti lascio cadere, vieni qui!” Disse Davide, trascinandomi sul divano. 

“Aspetta! Vorrei poter cancellare qualcosa”. Temporeggiavo.

“Che cosa vorresti cancellare? Ah, ma tu sei filosofa!”

“L’idea della mia debolezza. È come un ricordo che ho da sempre. Condiziona almeno il settanta per cento delle mie azioni. O mi condiziona al settanta per cento, non saprei…”. 

Davide scoppiò a ridere. 

“…Ma dopo aver cancellato questa sensazione”, continuai, “Dato che ho letto tanti libri con protagonisti coraggiosi e ribelli, mi convincerei d’esser io stessa così. Insomma sarei di nuovo il frutto di un irretimento, quello delle letture che mi hanno consolato… Ma tu perché hai lasciato questo appartamento?”

“Perché? Ah! Volevo stare con i miei amici… poi loro se ne sono andati e sono rimasto solo. È andata così, è andata molto bene!”

Ci fu un attimo in silenzio. Si avvicinò per baciarmi. Lo bloccai. 

“Aspetta! Forse l’unica cosa che si può fare per vincere il condizionamento è non pensarci, cioè fare qualcosa di bello che ti distrae o che fa sembrare tutto irrilevante”.

“Proprio così”.

E poi successe una cosa che allontanò ancora di più le mie preoccupazioni sul condizionamento.

Quando pensieri e azioni si orientavano seguendo una certa direzione tirannica e assoluta, l’unico modo per cambiare rotta era l’incursione di un evento esterno e inaspettato.

Così quando Davide si calò i pantaloni mostrando non uno, ma due membri, uno grosso e tonico e l’altro piccolo e secco, non potei trattenere un gemito e feci un balzo indietro.

Davide si reinfilò i pantaloni.

“Mi dispiace”, dissi con un filo di voce.

“Non preoccuparti. Abbiamo bevuto troppo vino”.

“Sì”.

“Ne vuoi ancora?”

“Sì, grazie”.

Andò a prendere la bottiglia dal tavolo e tornò sul divano. Forse era ancora possibile accomodare le cose.

“Hai presente l’ulivo che c’è in terrazzo?” Dissi all’improvviso. “All’inizio non mi piaceva, era talmente piccolo e secco!” 

Davide mi guardò allibito.

“Che sbronza. Ora sarà meglio che vada”.

Mi venne il dubbio che avesse detto che stronza, non che sbronza. Sentii chiudersi la porta d’ingresso. Mi sdraiai sul divano e mi addormentai.

Mi risvegliai poche ore dopo che era già mattina. Temendo che se avessi rimandato non sarei più riuscita a scrivere, buttai giù un finale per la mia storia. 

In seguito agli attacchi ricevuti e ai dubbi di parte della comunità scientifica, Annika si pentiva di aver partecipato al programma, ma scopriva che l’inseminazione non aveva avuto successo. Questa giovane insensibile e distratta, che viveva in un mondo che non capiva e che continuava perlopiù ad ignorare, poteva contare su una certa dose di fortuna che la teneva al riparo dalle conseguenze del suo agire impulsivo.

Poi tornai sul divano e ci rimasi a dormire tutto il giorno.

 

Dopo quella sera, le cose non sono state più le stesse. Ho rivisto la storia di Annika, limandola e rimaneggiandola fino a farne il torsolo eroso di non sapevo più quale frutto. Ad un certo punto ho lasciato perdere.

Qualche volta ho provato a contattare Davide, ma non ha mai risposto. Credo che avesse una malattia chiamata Diphallia. Ma forse non aveva niente e mi ero immaginata tutto. 

Il giorno previsto per il rientro dei Balti ho fatto in modo di lasciare l’appartamento in ordine. Il gatto ha ricevuto la sua dose di suoi croccantini. Le piante sono state irrigate. Il grosso della polvere è stato fatto. La scrivania nella stanza in cui dormivo è tornata vicino alla porta, al posto del letto.

Ho lasciato le chiavi sul tavolo della sala e sono uscita con il mio computer pieno di bozze inservibili.

Per la verità qualche giorno fa ho iniziato un nuovo racconto. Parla della conquista di un territorio ricco e rigoglioso per mano di un popolo rozzo ed arrivista. Le piante indigene hanno una sorta di anima e proteggono il territorio su cui hanno attecchito, portando alla follia i dominatori che le raccolgono per cibarsene. Inutile dire che cancellerò anche questa storia.

Ogni tanto ripenso alla pianta di ulivo, mi chiedo se sia viva o morta. A volte mi illudo di averle dato una chance per crescere meglio.

2 risposte a "L’ulivo"

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