Il sopralluogo (photo by @emilie_soumagne)

Come in altri luoghi che generalmente si sanno affollati ma che per qualche motivo si trovano temporaneamente deserti, Nicole entrò nel grande magazzino vuoto aspettandosi che da un momento all’altro apparisse qualcosa di spaventoso.

Avanzò con il biosensore nella mano protesa in avanti come se tenesse una pistola, attenta al cigolìo irregolare dei nastri trasportatori che anche se sgombri continuavano la loro lenta risalita, fino ad altezze di oltre venti metri. 

Il biosensore indicava solo l’odore delle cipolle sui pallet che aspettavano di venir caricate e trasferite oltre il tunnel nello stabilimento. Faceva freddo e non c’era traccia di altre sostanze.

Le era sembrato che la guardia all’ingresso del magazzino avesse sorriso. Quell’area misurava quanto dieci campi da calcio e la temperatura era di 5 gradi centigradi. Solo dopo le aveva offerto un impermeabile termico, che ora si pentiva di non aver accettato. 

L’odore pungente della cipolla rancida diventò sempre più insopportabile. Nicole continuò a camminare cercando di non badarci e fu allora che lo vide. Non era così spaventoso.

Se ne stava in piedi al di là del nastro trasportatore e  aveva una massa floscia di capelli che gli cadevano a ciuffi da una papalina sformata. 

“Quest’area al momento è off limits”, disse Nicole. “Lei non può stare qui”.

Aveva sui trent’anni. Basso. Occhi leggermenti strabici. 

“Mi scusi. Stavo approfittando del momento di calma per ripulire il nastro trasportatore”. 

“Ma non si può. Al momento è vietato l’ingresso a tutti”. 

“Perchè?”

“Senta. Il titolare dell’Azienda mi ha contattato per effettuare un controllo di qualità del magazzino. Eravamo d’accordo che avrebbe chiuso quest’area. Può chiedere a lui…”.

“Certo, ma io non sono tutti”. Obiettò. “Sono quella che in genere si definirebbe una pecora nera. A me piace un’altra espressione che rende comunque l’idea: figliol prodigo. Io sono quello che permette agli altri di essere buoni, e di trovarmi quando io mi perdo. Senza di me, quelli che contano qui in Azienda non avrebbero niente da fare. Se ne starebbero a guardare le cose che vanno già bene per conto loro. Mentre grazie a me si ingegnano per migliorarmi, reinserirmi, redimermi… Siamo abituati così ed è necessario che non cambi. Secondo lei quale vantaggio avrei dal fatto di essere additato come ritardatario, quello che non mette le scarpe antinfortunistiche, che fa le pause più lunghe del necessario e che si nasconde per non farsi trovare? Crede davvero che ne valga la pena? No. Io sono costretto. Alcune volte mi viene naturale, non dico di no. Ma poi è un’agonia stare a sentire le lamentele dei superiori, vedere la cattiveria dei colleghi che mi ritengono un perditempo, e alla fin fine trovarmi sempre solo. Sarebbe più facile rigare dritto, sa? Ma allora chi penserebbe a far sentire il padrone come il vecchio padre che accoglie, appunto, il figliol prodigo? Chi gli permetterebbe di farmi andare avanti? Ma capisco che a lei questo non interessi. Allora cercherò un altro motivo perchè lei mi faccia restare…”

E’ solo un poveraccio, pensò Nicole. Era vero che spesso ci si ritrovava ad attuare comportamenti sbagliati solo perchè gli altri non si sarebbero aspettati niente di diverso. Però che scocciatura. La stava intralciando nel lavoro. Perchè parlare con lei di questi argomenti, poi? Si trattava di qualcosa di intimo. Di una fragilità. Di una colpa di cui si era in parte responsabili e che in genere non si ammetteva nemmeno a stessi. Nicole non era che un’estranea. Forse essendo in veste di consulente ci aspettava da lei obiettività, comprensione, insomma che fosse meritevole di fiducia? Lei stava indagando sull’Azienda, un luogo a cui quell’uomo doveva tener molto. Nicole rappresentava il potere che avrebbe potuto affondarla o invece salvarla. Era una nuova autorità a cui guardare ora che l’Azienda era in pericolo. O magari quel sempliciotto la stava solo prendendo in giro?

In ogni caso lei avrebbe potuto approfittarne. Scelse un approccio confidenziale, come se fossero collaboratori da tempo.

“Cerchi di capire. E’ importante che quest’area resti sgombra. Le chiedo riservatezza, la notizia è confidenziale ma… sulla base dei risultati del mio sopralluogo, il titolare deciderà se compiere ulteriori accertamenti, coinvolgendo le forze dell’ordine”. 

L’uomo sussultò come se volesse saltare e raggiungere Nicole al di qua del nastro. 

“Io lo sapevo! Lei sta cercando la droga. E so anche chi è stato a nasconderla nel tir che stava trasportando gli anelli di cipolla verso nord”.

Nicole sorrise felice, incredula per tanta fortuna. Ma quante volte le era già capitato che la risposta ai problemi fosse disponibile e alla portata di tutti, e che solo dopo un suo intervento, come consulente “super partes”, diventasse visibile e chiara per tutti?

“Solo che non troverà più niente, lui ha già fatto sparire tutto. L’ha chiamata solo per allontanare da sé i sospetti e per assicurarsi che la polizia non trovi niente. La sta usando proprio come usa me per sentirsi buono”.

Il sorriso di Nicole diventò una smorfia di delusione.

“Intende dire che il titolare dell’Azienda avrebbe messo la droga nel tir che stava trasportando gli anelli di cipolle?”

“Esattamente”.

Ma bene. Non solo quel poveretto non aveva remore ad ammettere la propria scarsa professionalità, girando la questione perché potesse farsene un vanto, ma ora incolpava anche l’uomo che aveva la pazienza di sopportarlo, e non si faceva scrupoli a paragonarsi a Nicole rendendola un fantoccio, quale lui si considerava, nelle mani del titolare!

“Non mi faccia perdere tempo. Se ne vada”, sibilò lei.

Per tutta risposta lui fece un balzo verso di lei, ma anziché superare il nastro in movimento ci finì sopra e cominciò a salire.

“Aiuto, mi sono incastrato” disse mentre andava su. Lo ha fatto di proposito, pensò Nicole per una frazione di secondo. 

“Ho infilato la mano in un’apertura laterale e nella fretta di estrarla è rimasta impigliata nei rulli”.

Il pericolo sembrava reale. Nicole si fece di sasso. Nonostante la formazione ricevuta le avesse insegnato a controllarsi e a vincere il panico per agire tempestivamente e dare il soccorso necessario, le capitava ancora di paralizzarsi davanti a una minaccia. In quel momento non si sentiva nemmeno in una situazione di minaccia. 

Ma non era che un modo per passare senza troppi patemi attraverso brutte situazioni: convincersi che quello a cui stava assistendo fosse in realtà inesistente o lontano. 

Fece uno sforzo per reagire. 

Individuò il segnale dell’interruttore a fune di fianco al nastro trasportatore, lo afferrò e lo strattonò verso di sé. Ma non successe niente e il poveretto continuò ad allontanarsi.

“Lo chieda a Liv T. che lavora alle risorse umane, se la colpa non è del titolare”, riuscì ancora a gridare prima di scomparire dentro al tunnel che portava allo stabilimento di lavorazione delle cipolle.

(Continua…)

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