Ritorno al Centro di Detenzione

I primi segnali di anomalia erano arrivati intorno alla mezzanotte. Il medico di guardia presente in sala controllo aveva allertato la centrale di polizia. 

“Centrale? Qui parla il dottor Turner. E’ scattato un allarme nella cella B”. 

“Mandiamo subito una pattuglia a controllare, dottor Turner”, aveva risposto l’agente. 

Ma il dottor Turner ci aveva ripensato. “Aspetti agente, mi faccia controllare una cosa. Può attendere in linea?” 

Da quando nella città di Lo era stato creato quel Centro di Detenzione, era sempre filato tutto liscio. I detenuti non facevano rimostranze, non si lamentavano, non emettevano un fiato. Non uscivano dalle loro celle per il pranzo, per l’ora d’aria o per le attività socialmente utili. Non c’erano occasioni in cui potessero verificarsi disordini e insubordinazioni. 

I prigionieri erano encefali privi del loro corpo conservati in contenitori criogenici. In totale il Centro contava una trentina di “teste”. 

I primi tempi il dottor Turner aveva affiancato i tecnici che venivano a controllare il liquido di conservazione dei contenitori criogenici e a fare manutenzione dei sistemi. Poi non era stato più nemmeno necessario accompagnarli. Il dottor Turner non si era praticamente mai dovuto alzare dalla sedia durante il suo turno di lavoro. Che cosa avrebbe potuto guastare quel sereno andazzo?

Turner aveva chiesto al suo collega, fresco di laurea, che cosa pensasse dei movimenti che apparivano in quel momento sul monitor. 

Il dottor Morgan aveva cercato di capire la situazione per rispondere correttamente.

“Ogni encefalo è conservato in un contenitore criogenico su cui è installato un microprocessore che, in caso di spostamenti non autorizzati, trasmette un allarme qui alla sala controllo. Quel puntino che si muove sullo schermo è il microchip… Cazzo, qualcuno nella cella B sta portando via il contenitore di un detenuto!” 

“E’ quello che ho pensato anch’io in effetti”, aveva sorriso il dottor Turner, lieto che anche il novellino fosse caduto nel suo stesso errore. “Ma quel puntino è il contenitore di Gregg De Sandri”. 

Morgan si era battuto una mano sulla fronte.

“Il De Sandri era in carcere per l’omicidio di Lidia Kendall, ma è stato rilasciato dieci giorni fa!” 

“Esattamente. Quindi stiamo vedendo una registrazione vecchia di dieci giorni. Si tratta del prelievo da parte del personale incaricato di trasportare il professore all’Istituto di Neuroscienze e di Neurochirurgia”, aveva detto Turner. Poi aveva ripreso la chiamata con la polizia per comunicare il falso allarme. 

“Tutto a posto, si tratta di un malfunzionamento. Non occorre che interveniate. Domani avviseremo i tecnici perché vengano a sistemare il guasto”. 

“Molto bene, dottor Turner. Buon lavoro”.

Una decina di minuti dopo la mezzanotte l’intruso aveva inserito nel recipiente per il trasporto di materiale organico due contenitori criogenici su tre. Si era reso conto che il recipiente non era grande abbastanza e non avrebbe potuto introdurre il terzo. Aveva provato ad aprire l’armadio di metallo per cercare un altro recipiente, ma era chiuso a chiave.

Intorno a lui c’era silenzio ma lo avevano avvisato che per allora l’allarme doveva esser già partito.

Gli avevano assegnato un corpo artificiale di tipo comune: occhi scuri, naso sottile, brizzolato, fisico asciutto. Si era guardato allo specchio all’Istituto di Neuroscienze e di Neurochirurgia dopo esser stato trasferito (termine che indicava il trapianto dell’encefalo in un corpo sintetico) e aveva sentito lo stesso senso di estraneità che provava in quel momento, nella sua prigione. Era la prima volta che la vedeva. Non sembrava l’inferno, piuttosto un laboratorio di ricerca. C’erano tre banconi rivestiti di silicone, collegati da un lato con una vasca e dall’altro con lo scaffale dei reagenti. Su ogni bancone c’erano una colonnina per l’elettricità, un piccolo lavello e un contenitore criogenico trasparente con all’interno l’encefalo del detenuto. 

Il De Sandri aveva rivissuto la sensazione di sapersi in uno spazio piccolissimo – non che le dimensioni avessero qualche importanza – senza poter comunicare con nessuno. Per giorni, mesi e poi anni non aveva fatto altro che ripensare a quanto aveva studiato ed insegnato per una vita, combinando e ricombinando le sue conoscenze senza tregua. Soprattutto all’inizio la sua rete neuronale era rimasta in condizione di folle attività. Gli avevano detto che sarebbe rimasto incosciente durante il periodo di detenzione e aspettava di spegnersi da un momento all’altro. Poi si era rassegnato a restare sveglio. Spesso era caduto in uno stato di trance, diverso dal sonno ristoratore di quando aveva un corpo. Non sapeva quanto durasse, non aveva modo di misurare il tempo che passava. 

Aveva rievocato le lezioni per i suoi studenti immaginando di ripeterle come faceva un tempo, cercando di contrastare la tendenza irresistibile di tutto a confondersi ed attorcigliarsi. 

Sarebbe stato un miracolo rimanere lucido nelle sue condizioni: era un essere che viveva unicamente sotto forma di cervello, senza più nessuna percezione del mondo fisico – proprio ed esterno. 

Ma l’ex professore non si era introdotto nel Centro di Detenzione per rivivere la sua prigionia. 

Aveva tolto il coperchio dal terzo contenitore immergendo le mani nel liquido freddo. Aveva afferrato il telencefalo morbido e vischioso e stretto il pugno. L’encefalo gli era sgusciato via tra le dita. Aveva ripescato le parti rimaste integre per schiacciarle contro le pareti del contenitore mentre frammenti di materia nuotavano nel liquido o andavano a depositarsi sul fondo. Nessuno avrebbe più vissuto l’agonia che aveva sofferto lui.

“In tanti anni, non ci sono mai stati problemi qui”, aveva detto il dottor Turner al suo giovane collega. 

“Niente risse, niente suicidi”, aveva commentato Morgan. “E da qui non scappa nessuno. Invece i familiari vorrebbero tornare al vecchio sistema. Solo per poter fare visita ai detenuti durante la prigionia”. 

“In realtà potrebbero non rivederli neanche dopo. Quando hanno rimesso in libertà il professor De Sandri ad esempio, è stato lui a decidere di riallacciare i rapporti con sua sorella. Avrebbe potuto non farlo. Ma in ogni caso il De Sandri era una persona diversa”. 

“Che cosa intendi dire?” Aveva chiesto il dottor Morgan.

“Che il professore era in un altro corpo: in un corpo bionico”. 

“Però la coscienza è rimasta la sua” aveva azzardato il collega più giovane – anche se non avrebbe voluto contraddire il dottor Turner.

“L’anima non è solo nel cervello, è anche nel corpo. E’ come una metamorfosi. Quando ci si sposta da un corpo all’altro si cambia anche identità”.

In quel momento era partito un altro allarme. Erano le ventiquattro e diciassette minuti. 

Morgan aveva sussultato. “Che succede?” 

“Cazzo, ma allora non può essere un guasto”, aveva detto il dottor Turner. I tracciatori sul monitor indicavano una situazione drammatica: un morto e tre detenuti in movimento.

Il dottor Turner aveva richiamato la centrale di polizia.

“Pronto? Qui parla Turner. Abbiamo tre detenuti in prelievo non autorizzato nella cella B”. 

“Ricevuto. I detenuti sono Karoline Price, Simon Kaufmann e Josh Webb. Conferma?”

“No, si tratta di Karoline Price, Simon Kaufmann e… Gregg De Sandri. Josh Webb è morto, i parametri indicano la cessata attività delle sue funzioni cerebrali”.

“Dottor Turner ne è sicuro? Gregg De Sandri non risulta più presente al Centro di Detenzione”.

“E’ quello che credevamo anche noi…”

(Tratto da “Questa non è la storia di David, continua qui)

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