Scrivendo un racconto SF

…Mi sistemai nella camera con il letto singolo. Trascinai una scrivania sotto la finestra, spostai il letto accanto alla porta. Ne avrei fatto il mio studio. Avrei scritto un racconto di fantascienza!

Mi piaceva questo genere perché non era necessario spiegare tutto, ci si poteva concentrare su alcuni aspetti e lasciare il resto indefinito. Mi permetteva di parlare di cose reali, estremizzandole…

Pensavo di saperne qualcosa perché da piccola avvertivo le cose come abnormi ed esasperate. La cosa spaventosa non era solo che le cose fossero strane, ma che fossi l’unica a ritenerle tali, mentre tutti gli altri intorno a me continuavano le loro vite, in normalità e serenità. Cercavo di non far accorger nessuno che la mia percezione era diversa.

A volte non sentivo niente di niente, e un momento dopo mi accorgevo che tutti erano intenti ad eseguire qualche compito importante. C’era sempre qualche cosa fondamentale che mi sfuggiva. Ma non era il caso di fare storie, di mostrarmi un’estranea…

Non capivo niente. Se pensavo alla mia infanzia mi vedevo in una scatola chiusa, senza sapere che si sarebbe aperta, né che esistesse la possibilità teorica di un’uscita…

Così non avevo difficoltà ad immaginare un contesto post nucleare o un mondo alieno, distopico, di fantascienza.

Cominciai a scrivere. Il mio racconto era ambientato sulla Terra, reduce da una grave epidemia, con una protagonista sui venticinque anni, che assisteva ad una campagna elettorale per la scelta di un nuovo governatore…

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