La filiale

Durante i colloqui non s’era parlato delle condizioni degli uffici, e la candidata arrivò al suo primo giorno di lavoro senza sapere niente sulla filiale.

La custode del palazzo era sulla sessantina, alta e magra. Indossava un giacchino blu sopra ad un abito attillato, color rosso vino. Le disse in accento portoghese che di sopra non c’era stato più nessuno dopo che se n’erano andati i precedenti affittuari, ormai un anno prima, e Margherita per un attimo temette che non volesse consegnarle chiavi, e che avrebbe finto di non averle.

Ci volle comunque un po’ di tempo per trovarle perchè erano buttate alla rinfusa insieme ad altre, nel cassetto – mentre per il resto era tutto in ordine: nemmeno una penna sulla scrivania, spoglie le pareti. C’era solo un avviso condominiale attaccato al vetro della guardiola.

“Non so cosa potrà trovare”, disse, porgendole finalmente il mazzo. “Posso salire su con lei. Andremo insieme a controllare”.

“Non c’è bisogno, grazie. Deve essere venuta un’impresa di pulizie” ribatté Margherita. Non si poteva avviare una nuova attività senza prima aver ripulito, ed essersi liberati delle vecchie cose.

“Non ho visto salire nessuno dai Rossetti. A me non pesa fare le scale”.

Margherita a mò di risposta controllò la borsa. C’erano i documenti, il portatile, il cellulare. Si districò una ciocca di capelli. Tutto a posto. 

Decise di lasciarla fare. Si avviò su per le scale. Aleggiava un velo di luce grigia.

La custode la seguiva con andatura controllata, tenendo la testa ben sollevata tra le spalle dritte. Arrivata al primo piano, Margherita si fermò a leggere le targhe sulle porte. Commercialisti-Direzione. 

“E’ al secondo piano”, disse la custode. “Vedrà che troveremo ancora la targa dell’ingegner Rossetti”.

Margherita esitò. Se la filiale non era ancora pronta, si disse in quel momento, sarebbe stato meglio che nessuno – eccetto lei – lo sapesse. Non avrebbe permesso che la custode ci mettesse il naso.

“La UK Business Consulting mi ha incaricato di aprire una nuova succursale”, cominciò, in un tono da dichiarazione formale che avrebbe reso orgoglioso anche Mr. Kenneth, se avesse potuto udirla.

“Dovrò occuparmi personalmente di intervistare i consulenti che faranno parte della filiale, e gestire da qui i rapporti con la sede a Londra. Mi è stato chiesto di svolgere il lavoro in autonomia, anche con riferimento al mio ingresso negli uffici, al fatto che sarei dovuta entrare senza aiuti esterni. In veste di rappresentante della UK Business Consulting ritengo sia mio dovere continuare da sola, dal momento che non sappiamo cosa potremo trovare all’interno. La ringrazio per aver conservato le chiavi per un anno, e per avermele consegnate, come richiesto dall’amministratore del palazzo. Non mi occorre altro. Sono l’unica ad esser autorizzata all’accesso negli uffici”.

“Mah, non credo potrà esserci niente di grave”, rispose confusamente la custode. “Al limite un po’ di polvere. Lampadine rotte. Qualche cosa lasciata dai Rossetti”.

Margherita fece finta di non sentire e riprese a salire, mentre la custode rimase lì dov’era. Ecco una prima battaglia vinta, in nome della UK Business Consulting, si disse Margherita.

Si ritrovò di fronte a due porte, di cui una con la targa “Studio di Progettazione Rossetti”. Armeggiò un po’ con le chiavi nella serratura e la aprì.

Se fino a un attimo prima non sapeva cosa aspettarsi, ora immaginò un atrio ampio e luminoso, pavimenti moderni in resina, colori setati alle pareti. Si ritrovò invece in un corridoio stretto e buio, con sei locali in fila, uno accanto all’altro. Erano vuoti ad eccezione di una sala riunioni, arredata con un tavolo ovale e sei sedie. Per terra c’era uno scatolone con planimetrie e fogli ciclostilati.

Proseguì il giro del corridoio. Svoltando, portava a un’altra porta chiusa a chiave. La aprì. C’erano altri sei locali, speculari ai precedenti. Il corridoio terminava con un’altra porta, chiusa con un chiavistello. Lo tolse, si ritrovò sul pianerottolo.

Tornò indietro e richiuse la porta in mezzo, dicendosi solo una parte dei locali doveva esser di pertinenza della filiale.

A fine giornata, quando ripassò davanti alla portineria, vide che la custode era già andata via.

Si avvicinò per leggere l’avviso condominiale sul vetro, ma non era quel che credeva. C’era scritto: “Alla sera della vita, noi saremo giudicati sull’amore”.

Era forse un messaggio rivolto ai condomini? La custode si aspettava un trattamento… amorevole?

Si sentì in colpa per aver rifiutato il suo aiuto, ma durò solo un momento. L’unico che avrebbe potuto giudicarla era Mr. Kenneth, e non c’era. Non si era nemmeno fatto vivo al telefono…

 


 

Aveva affittato una stanza con letto e scrivania nello studio di un architetto, che viveva con la sua famiglia nell’appartamento confinante.

Quando era da sola, le piaceva curiosare in giro. Oltre alla sua camera c’erano un piccolo salotto e lo studio vero e proprio dell’architetto Monini, pieno di piccoli oggetti interessanti: modellini di legno, barchette, bozzetti, conchiglie…

Non essendoci la cucina, Margherita andava a cenare dai Monini.

Quella sera, quando rincasò, l’architetto era ancora in studio, e le chiese del suo primo giorno di lavoro.

“Ho già contattato dei possibili collaboratori”, rispose lei. “Ma nella succursale non ci sono ancora i mobili. Il responsabile è a Londra. Ho provato a chiamarlo, ma era impegnato”. Si rabbuiò. Cosa avrebbero detto i nuovi collaboratori, vedendo l’ufficio così sguarnito?

“Nel mio magazzino ho sicuramente dei tavoli e delle librerie. Se ti interessa, possiamo scendere a dare un’occhiata!”

A Margherita non sembrò vero di poter risolvere quella questione. Diventava più tollerabile anche il fatto di non aver parlato con il suo responsabile, il suo primo giorno di lavoro…

Scesero nel seminterrato. I locali erano caldi e umidi. Margherita seguiva la schiena dell’architetto, grossa e leggermente curva.

“Questo una volta era il mio studio”, fece lui mentre le luci si accendevano, con un breve tremolio. Lungo le pareti erano accatastati tavoli, testate di letti, sedie, ante e tappeti.

“All’inizio avevamo solo l’appartamento, poi il proprietario ci ha proposto di farci carico della ristrutturazione dello studio, affittandolo a un prezzo di favore. Ho rifatto gli impianti, cambiato i serramenti, i pavimenti… Ma il proprietario si è rimangiato la parola, ha alzato il prezzo”.

L’uomo aveva perso l’espressione di bonaria tranquillità che lo caratterizzava in genere.

Margherita si chiese se non fosse in ristrettezze economiche, e se le avesse affittato la stanza per rientrare dalle spese. Eppure avevano concordato un canone talmente basso! Doveva considerarsi in debito con l’architetto?

Le tornò in mente quando aveva condiviso l’appartamento di un’amica che le aveva fatto un prezzo favore. Ogni cosa era una concessione. Viveva nella preoccupazione costante di non rovinare, non disturbare, non invitare nessuno…

“Vuoi la mia vecchia scrivania?” Le chiese indicandole un tavolo moderno dalle gambe sottili che si incrociavano ad X. Ma Margherita aveva perso interesse per i mobili.

Era il caso, si chiedeva, di continuare a cenare con i Monini? Non poteva nemmeno sdebitarsi portando qualcosa in tavola perché la moglie dell’architetto, che era medico nutrizionista, criticava sempre le sue scelte! Avrebbe dovuto andare dal take-away e portarsi la cena in camera?

Optò per qualcosa che non sembrasse di valore. C’era un tavolo pieghevole appoggiato al muro, lo indicò al Monini.

“Non è molto comodo, va bene per appoggiarci sopra un vaso” fece lui, aprendolo e dandogli alcuni colpetti con la mano. Il tavolo tremò ma rimase in piedi.

“Va benissimo”, esclamò lei. “E comunque è temporaneo, il mio responsabile invierà qualcosa di meglio”, aggiunse per convincerlo che era la scelta giusta, ma subito se ne pentì perché stava sminuendo il suo aiuto… Lui non sembrò farci caso. Si offrì di accompagnarla l’indomani in auto.

“Posso portarlo sui mezzi. Grazie…” Lo caricarono in ascensore e l’architetto si avviò di sopra a piedi.

Una volta rimasta sola nella sua stanza, Margherita aprì il tavolo. Aveva un aspetto mesto e precario. Forse non avrebbe dovuto anticipare una soluzione che poteva giungere solo dalla casa-madre!

Sentì qualcuno aprire la porta dello studio. Era Letizia, la figlia dei Monini, un’adolescente alta e corpulenta come il padre, ma priva dei suoi modi svagati e bonari.

“La mamma chiede se ceni da noi”, le disse, squadrando il tavolino.

“No grazie, questa sera sono stanca. Vado subito a letto… Non resterà qui per molto. Me lo ha prestato tuo padre, per il mio ufficio”.

“Hai iniziato oggi, giusto?” Chiese Letizia avvicinandosi, come se il tavolino potesse rivelare qualcosa del lavoro di Margherita. “Sì. È solo in prestito, poi lo riporto a tuo padre”.

“Se la responsabile dell’ufficio?”

“La necessità iniziale era quella di ricercare nuovi consulenti. La UK Business Consulting ha scelto me perché avevo già avuto esperienza in questo. In alcuni casi si affida un ruolo a qualcuno solo perché lo ha già svolto, anche se non è l’occupazione migliore per lui o se qualcun altro – anche con esperienze diverse – potrebbe eseguirlo altrettanto bene. Magari una persona lavorava con profitto in un ufficio ben organizzato, con colleghi collaborativi ed esperti… ma non è detto che riesca a fare altrettanto bene in ambienti diversi. Non è semplice capire quanto il contesto potrà influire, nello svolgimento delle mansioni, soprattutto con un un colloquio telefonico…”

“Il contesto influisce così tanto?”

“Certo! Una persona tendenzialmente socievole potrebbe diventare scostante in un ambiente sconosciuto o diverso da quello che s’aspettava. Non si tratta di cambiare la propria natura, ma di far emergere aspetti del carattere che altrove erano sopiti, e che trovano ora un terreno fertile”. 

Era entrata su un argomento che non sapeva bene come concludere, così si avvicinò a Letizia per farla indietreggiare dalla stanza, e uscirono insieme, dirigendosi verso l’appartamento dei Monini.

“In ogni caso, se quella persona non eseguisse al meglio il proprio ruolo, non andrebbero biasimati quelli che l’hanno assunta, che potrebbero aver scelto una risorsa di cui non erano totalmente convinti, pensando che avrebbe comunque avuto una dedizione particolare per il proprio lavoro, e fatto il possibile per colmare le sue lacune”.

Erano arrivate all’appartamento. Margherita rimase fuori e fece per tornare da dove era venuta. La ragazza non la lasciò subito andare:

“Come mai hai sostenuto solo un colloquio telefonico? Non hai incontrato nessuno di persona?”

Margherita cominciò a gridare per farsi sentire dalla ragazza, mentre si allontanava. 

“Non era necessario! Credo che intendano mandare qualcuno dalla sede quando la succursale sarà avviata, ecco perchè! E comunque accompagnerò a Londra i potenziali collaboratori per i colloqui con il mio responsabile, e in quell’occasione conoscerò tutti i dipendenti della UK Business Consulting!”

Si chiuse dentro la sua stanza, stremata. Non era la prima volta che sentiva di doversi giustificare per le sue scelte, con un componente della famiglia Monini.

(Fine prima parte).

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