i candidati (foto @emilie_soumagne)

1.

L’ufficio mi piaceva ma era nel seminterrato. Si scendevano le scale e si attraversava un corridoio illuminato a giorno da luci al neon, fino alla porta con la targa “Agata Crespa. Consulente per il ricollocamento al lavoro e la crescita professionale”. Era in uno stabile di un’amica architetto ma non ricordo se me l’avesse proposto lei, o gliel’avessi chiesto io. 

C’era un atrio che fungeva da sala d’attesa, poi la mia stanza e quella della mia collaboratrice Enrica. Da qui si accedeva al soppalco, dove c’erano la sala riunioni e la cabina armadio. 

Quella mattina mi stava aspettando un candidato di sopra, si chiamava Alessandro Martini.

Enrica si era affacciata di nuovo per ricordarmelo. In quel periodo era molto professionale. Tailleur elegante, coda legata stretta sulla nuca. Sapevo che stava interpretando una parte: solo la settimana prima non faceva che arrivare tardi ed incasinare l’agenda. 

“Grazie Enrica, salgo tra un attimo. Abbiamo già parlato al telefono. Preferisco che pazienti ancora un po’”.

“Certo, Agata. Gli offro un caffè per rendergli più tollerabile l’attesa?” Chiese. “Mi ha fatto presente di aver altre cose importanti da sbrigare”.

Per assecondare il suo stile competente e preparato, dovetti darle una risposta più esaustiva. “Questo candidato si comporta da principe spodestato. Pensa di aver subito un torto, si aspetta di venir risarcito. Proverò ad aiutarlo, ma non come pensa lui! Prima si toglierà dalla testa l’idea che tutti debbano essere a sua disposizione, prima potrà ottenere qualcosa”.

Ma se non gli andavo bene, non eravamo costretti a lavorare insieme. Mi ricordai che non tutti gli appuntamenti con i candidati dovevano concludersi con un incarico per me, se non ci trovavamo d’accordo. Così mi sentì più leggera, presi i miei fogli e con sorpresa di Enrica, salì subito da lui.

Mi venne incontro tendendomi la mano.

“Buongiorno. Piacere, sono Agata Crespa”.

“Piacere. Ingegner Alessandro Martini”.  

Mi sedetti di fronte a lui. Aveva uno sguardo indagatore che mi metteva a disagio, così presi a leggere i miei appunti.

“Ho qui la sua relazione. Dunque… Un anno fa lei ha accettato un’opportunità di lavoro in Silva Srl. Progettano e costruiscono motori per le case automobilistiche… A lei hanno proposto il ruolo di direttore generale. Ma prima di questo, avrebbe dovuto effettuare un periodo in dipartimento tecnico, per conoscere meglio l’azienda. Poi sono sorti i problemi. Ci sono state delle vicende indipendenti dal suo operato, e il titolare ha cambiato idea. Le hanno proposto di mantenere un ruolo di responsabile tecnico, senza prospettive di avanzamento, per il momento. Essendo venuto meno il rapporto di fiducia con la Silva Srl, lei ha deciso di cercare un altro lavoro”.

Il candidato abbozzò una risata. “Fin qui, tutte cose che conosco molto bene”.

“Ha sempre lavorato nel settore automobilistico”, continuai. “Sembrerebbe naturale proseguire su questa strada. Ma esiste un patto di non concorrenza, e se troverà un altro lavoro nell’Automotive, dovrà pagare una penale. La strada più semplice sembrerebbe quella di cambiare settore”.

Ritornò serio.

“Non se ne parla nemmeno”, fece.

“Potrebbe dare un buon contributo anche in aziende diverse da quelle a cui è abituato. Soprattutto se consideriamo le sue competenze sul miglioramento dei processi produttivi. Le ho portato l’annuncio per la ricerca di un responsabile di produzione, guardi. È della società Vellas, attiva nel settore energetico”. 

Gli allungai il foglio con l’annuncio. “Non sarà un problema farle ottenere un colloquio. Parte della mia consulenza consisterà nel raccogliere le informazioni necessarie ai fini di una selezione di successo…”

Martini mi restituì il foglio senza averlo neanche guardato.

“Allora non ci capiamo. Le mie competenze, lo sottolineo qualora non fosse chiaro, sono nel campo automobilistico. Le ho maturate ben prima di entrare in Silva. Quel patto mi rende impossibile proseguire nel mio percorso professionale”.

Cominciò ad inveire contro tutti gli incompetenti con cui, a suo dire, ultimamente si trovava ad avere a che fare. Venne fuori che il titolare Silva, ormai anziano, lo aveva voluto in azienda per dedicarsi a tempo pieno ad un circolo sportivo di cui era presidente, ma poi il Magnum (era il nome del circolo) era stato coinvolto in uno scandalo finanziario, e aveva ripreso il suo vecchio ruolo, lasciando il candidato a bocca asciutta.

“Mi dispiace”, conclusi. “Ma se ritiene che l’unica strada sia rimanere nel suo settore, non potrò aiutarla. Dovrà rivolgersi ad un legale. La consiglierà su come rompere senza troppi danni il patto di non concorrenza”.

“Ho capito. Sarà meglio che me ne vada, ora”, disse il Martini, scuro in volto. 

Lo seguì giù dalle scale chiedendomi se non fossi stata troppo insensibile. Ero partita prevenuta…

Mi sentì in colpa durante tutta la mattina, stanca e fiacca. Poi Enrica mi annunciò un’altra visita. 

Questa volta non si trattava di un manager in carriera. Era un giovane giornalista w stava scrivendo un articolo sulla Jean De La Tour. Aveva avuto il mio nome da un’ex candidata, Ada Mori. 

Lo raggiunsi di sopra. Indossava una t-shirt verde con disegnato sopra un allegro coccodrillo giallo. Si chiamava Riccardo. Mi chiese se potesse registrare la conversazione. Risposi ok e gli chiesi notizie di Ada.

“Viste le sue condizioni, non sono riuscito ad ottenere molte informazioni”, rispose.

“Sapevo che era uscita dalla De La Tour ed era stata male per questo, ma non immaginavo fino a questo punto…”

“Mi riferivo all’incidente. E’ stata investita e ha subito un’operazione. Ma ora sta meglio, a breve dovrebbero dimetterla”.

Ada non mi aveva detto niente.

“L’ha aiutata a trovare un lavoro in JDLT?” Domandò Riccardo.

“Non posso darle informazioni su un’ex candidata… Ma il mio ruolo consiste nell’aiutare gli aspiranti candidati a presentarsi al meglio alle selezioni”.

“In che senso presentarsi al meglio?”

“Alcuni perdono fiducia in sé stessi, non riescono a dimostrare le proprie qualità. Può succedere dopo un lungo periodo di ricerca infruttuosa, o dopo esser stati per molto tempo in ambienti di lavoro demotivanti. Si rivolgono a me persone che si sentono nullità, scontente di sé, timorose di dire sempre la cosa sbagliata. Non è così per tutti, naturalmente. Alcuni sono in cerca di rivalsa, in lotta contro tutti, finiscono per risultare arroganti e superficiali. Anche loro rischiano di sprecare delle buone occasioni, e il mio compito è orientarli al meglio”, dissi, ripensando tristemente al Martini.

“Eppure, dopo aver riguadagnato fiducia in sé stessa ed aver dimostrato il suo valore, la Mori è stata licenziata”.

“Purtroppo le cose non vanno sempre come si spera”.

“Meritava di restare in JDLT?”

“Non saprei! Ma aveva svolto un iter selettivo impeccabile, superando colloqui impegnativi, con manager competenti ed esigenti. La proposta di assunzione era arrivata settimane dopo il suo colloquio, ma la Mori aveva capito subito che avrebbero scelto lei”.

“E’ questo il punto”, insistette Riccardo. “Non si spiega che dopo un inizio tanto promettente, le cose siano andate così male. Forse il suo scopo era un altro, quando le ha chiesto aiuto per entrare in JDLT?”

“Tipo? Quale scopo?”

“Scoprire che la JDLT comprava grossi quantitativi di profumi di scarsa qualità, da rivendere in piccoli flaconi e a caro prezzo”.

“Mi sembra impossibile. Ha qualche prova?”

“Ho parlato con il direttore della JDLT, fingendo di aver bisogno delle referenze di Ada, per assumerla come collaboratrice per una rivista. Sa che cosa mi ha riposto? Che non consiglierebbe a nessuno Ada Mori. Che gli sembrava di avere in organico una persona diversa da quella che si era presentata in colloquio”.

“Questo non dimostra niente”.

“Dimostra che sono degli stronzi!”

Cominciava a starmi simpatico. 

“Perchè non chiede ad Ada, appena sta meglio? Le dirà che non è vero niente”.

“E’ stata investita, temo che non voglia parlare”.

“Pensa che volessero farla fuori, addirittura?!”

“Beh, magari spaventarla”.

“Impossibile. Guardi, approfondirò questa cosa. Giusto per conoscere meglio le aziende a cui ambiscono i miei candidati”.

Quando Riccardo lasciò l’ufficio, chiamai Enrica e le diedi istruzioni perchè andasse a cercare Ada Mori in ospedale, in incognito, e le facesse domande sulla dinamica dell’incidente, e sulla presunta rivendita di prodotti prossimi alla scadenza in JDLT. 

Enrica salì a prender un abito più adatto nella cabina armadio. Era arrivato il momento di metter da parte il suo personaggio di perfetta assistente.

 

2.

Quando rientrò in ufficio, verso sera, sembrava un’altra persona. Portava una parrucca di capelli corti, biondi, sotto ad un cappello a tesa larga. Il viso era irriconoscibile, persino la forma degli occhi sembrava diversa. Indossava un top scollato, la lunga gonna gipsy e le infradito. Doveva esser passata da una profumeria, sembrava che le avessero fatto il bagno nel profumo.

“Sei riuscita a parlare con Ada?” chiesi.

“Sì, ma certo!”, esclamò Enrica, entusiasta, e andò avanti per tutto il racconto con un tono informale, appena un pò sopra le righe, gesticolando in modo concitato. “Ecco com’è andata. Di rientro dalle vacanze, stava attraversando la strada, ed è stata investita da una moto! Però ha ammesso subito di aver guardato soltanto in una direzione – era una strada a doppio senso. Non stava bene, l’incidente era una conseguenza e non il motivo del suo stato di confusione… Il motociclista non si è fatto niente, lei si è rotta un tendine e ha un piede fratturato… In ospedale, oltre a visite di amici e famigliari, è capitato che altri malati o parenti in visita la vedessero seduta a letto e le facessero un saluto, che lei ricambiava. Poi ha iniziato a camminare con le stampelle, tra i reparti, e si è ritrovata altra compagnia… E’ una ragazza riservata e timida, ma in quell’ambiente d’ospedale si sentiva come in una bolla, senza timori o aspettative. Accettava i contatti che le arrivavano con molta semplicità… Oggi mi ha visto e le è sembrato naturale che mi avvicinassi a lei! Le ho spiegato che mia madre era ricoverata d’infarto… Anche a me è capitato di attraversare senza guardare, ma non stava passando nessuno. Si può perdere il controllo a quel punto? Si vede che ero in un periodo particolare… Ada aveva dei problemi sul lavoro”.

In qualche modo, l’uscita di Ada dalla JDLT e il suo incidente erano davvero collegati. Se non l’avessi aiutata ad ottenere il lavoro in JDLT, non sarebbe stata male per il licenziamento e non si sarebbe fatta investire! 

“Le ho raccontato che lavoro in un negozio in periferia”, continuò Enrica. “Ma non sono quel tipo di commessa che ti gira intorno per farti comprare qualcosa a tutti i costi. Non le capisco quelle che fanno così, forse sono obbligate dai loro superiori. Ha detto che lei lavorava in Jean De La Tour, e le facevano pressione per ogni cosa. Si capiva che lavorava per un’azienda di bellezza, nonostante fosse un pò stanca, aveva una pelle perfetta. I suoi ricci erano superbi. Ada mi ha risposto che anche io avevo un aspetto curato e soprattutto un buon profumo. Le ho detto che una volta avevo comprato un De La Tour ma sapeva di alcool, e avevo scoperto che acquistavano i lotti in grosse quantità, per rivenderli a prezzi spaventosi. Lei ha escluso che potesse essere un De La Tour autentico… Ha detto no! Non metterebbero mai sul mercato un prodotto andato a male perché ci sono standard di qualità altissimi. L’orgoglio per il prodotto si vede ovunque, accomuna tutti, dall’amministratore delegato al magazziniere. Non badano a spese! In tutti gli uffici ci sono vetrine colme di profumi costosi, volantini con le carte pregiate in ogni angolo, vassoi di macarons nelle sale riunioni, che non tocca nessuno. E’ una questione di immagine. Ci si comporta come se si vivesse in un mondo privilegiato, da cui pretendere solo il meglio. A forza di credere di essere al top, si convincono anche tutti gli altri di essere il top… Era in una specie di limbo in ospedale, parlava senza filtri. Ma non ha ammesso di aver già perso il lavoro! Ha detto che si sarebbe licenziata presto, per sua scelta. Faticava prima a stare al passo coi colleghi, figuriamoci adesso che mancava da tanto tempo. Le ho proposto di mandare il curriculum dove lavoravo io, in negozio, per le posizioni aperte negli uffici, ma lei ha detto che si sarebbe rivolta ad una società di outplacement che conosceva già…”.

“Ha parlato della nostra società? Cosa ti ha detto?”

“Niente! In quel momento ci ha interrotte quel giornalista, Riccardo. Si è presentato in ospedale. Sono uscita dalla stanza dicendo che mi aspettavano per la chiusura in negozio, ma sono rimasta dietro la porta ad origliare!”

“Bene! Nè lui nè Ada ti avevano riconosciuta, immagino”. 

Mi lanciò uno sguardo adirato che mi spaventò. Stavo disturbando la sua interpretazione, rivelando che era tutta una farsa. Poco dopo riprese il suo racconto.

“Ada gli ha chiesto dell’articolo sulla JDLT… Lui le ha parlato dell’inchiesta sui profumi, e dei suoi sospetti che anche Ada stesse indagando su questo. Lei gli ha ripetuto quello che aveva detto a me. Era stata licenziata perché non era adatta a quell’ambiente, e non c’erano altri motivi. Si aspettava che succedesse perché si era sempre sentita un’estranea, ed era stata presuntuosa a credere di poter reggere…”

“Poveretta. Lui l’ha consolata?”

“Ha detto che era stato qui alla società di outplacement, si capiva che l’avevi preparata a tirar fuori la sua sicurezza, perché si mostrasse forte, per superare le selezioni”.

“E poi?”

“Ada glielo ha detto”.

Mi sentì svenire.

“Che cosa?”

“Che non aveva sostenuto lei i colloqui di selezione, ma era stata un’altra persona a presentarsi al posto suo in JDLT. Che non riusciva a credere ai suoi occhi. La sostituta le somigliava moltissimo! Era stato come avere avuto di fronte una versione migliore di sè stessa”. Lì Enrica si distrasse dal suo personaggio, non poté trattenere un sorriso compiaciuto.

“Ada ha detto a Riccardo chi fosse questa ragazza?”

“No. Gli ha fatto credere che si trattasse di una parente che le somigliava molto”.

“Che pasticcio. Se il giornalista scopre che hai sostituito Ada, metteremo nei casini tutti i candidati che sono passati di qui. Ci dobbiamo inventare qualcosa”.

 
3.

Il giorno del colloquio in Jean De La Tour, la candidata indossava un impeccabile completo nero Armani. Aveva splendidi capelli ricci, pieni e morbidi, che le incorniciavano il viso. Aveva atteso che la chiamassero, seduta sul divanetto nella hall, e sebbene fosse arrivata puntuale almeno mezz’ora prima, non aveva dato segni di impazienza. Era l’immagine della tranquillità e della discrezione. Ma chi le era passato davanti non aveva potuto non notarla, per l’energia e la calma rassicurante che irradiava.

Quando finalmente il direttore di JDLT era andato a prenderla, lei gli aveva rivolto il più affascinante dei sorrisi, ottenendo in un secondo che l’attenzione del manager, fino ad un istante prima pressato da una serie di altre questioni aperte e urgenti, si concentrasse su di lei soltanto. 

Come aveva riferito al manager la direttrice delle risorse umane di Jean De La Tour, che aveva già intervistato la candidata e ne era rimasta entusiasta, il candidato “di alto potenziale” lo si riconosceva da come si alzava dal divanetto della hall.

Se c’era una cosa che non difettava in JDLT era la capacità di profondere complimenti per i candidati ritenuti, appunto, “alti potenziali”; espressione con cui, secondo alcuni maligni, si identificavano quei professionisti che promettevano di adeguarsi senza soccombere ai ritmi, agli eccessi e alle contraddizioni del personale già attivo in JDLT.

“Nel corso dell’intervista il manager si era sentito sempre più rassicurato e rinfrancato”, spiegai a Riccardo, “Come se ogni risposta della candidata andasse ad aggiungere un tassello ad una torre ben congeniata, dalla cui solidità dipendevano le sorti di tutta l’azienda. Addirittura, la candidata sembrava anticipare i possibili punti deboli dell’impalcatura che si andava delineando, e le informazioni che dava con tanta amabilità e competenza sulle proprie esperienze e personalità, e persino sui propri piccoli difetti, andavano a rafforzare la struttura di quella torre ideale, in modi che nemmeno lui avrebbe immaginato”.

L’aveva congedata con la promessa di farle avere un riscontro al più presto e, una volta rimasto solo in ufficio, aveva telefonato e scritto mail per redarguire tutti quelli che erano coinvolti nel processo selettivo perché si sbrigassero a formulare un’offerta di assunzione, per non lasciarsi sfuggire una candidata di quel potenziale (…)

 

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