trasferimento (epilogo)

3. epilogo

Dieci anni fa mi sono risvegliata in una clinica, dopo aver dormito quarant’anni di seguito, senza esser invecchiata di un solo giorno. Facevo parte di un programma di trasferimento. Non mi è mai interessato molto sapere cosa sia successo, mentre dormivo. Il periodo a cui tenevo di più era il risveglio. Come avere un’altra vita, quella giusta per me.

Di quella precedente non era rimasto niente. Non avevo più motivo di rivedere i vecchi compagni di scuola. Non dovevo preoccuparmi dei miei genitori, diventati anziani: non ricordavo neanche più cosa avessero sempre da rimproverarmi. Dovevo solo cercare un bell’appartamento e scegliere l’università che preferivo!

Così dopo la prima visita di controllo, non ero più tornata al centro. Tra l’altro, il medico mi aveva fatto un mucchio di domande su alcuni fatti di cronaca successi prima che mi addormentassi. Si vedeva che rappresentavo una specie di reperto per lui, o che stava cercando di capire la fonte di problemi di cui ero all’oscuro. Mi ero sentita così indietro su tutto quanto, e fuori contesto.

Per questo ero ancora preoccupata all’idea di tornare in clinica, per i chiarimenti sul questionario. Ma è andata incredibilmente bene. Si sono limitati a registrare le mie risposte e a mandarmi in accettazione per fissare la data per il nuovo trasferimento.

Una volta uscita ho notato un ragazzo, un addetto alla sorveglianza del centro, seduto sul marciapiedi. Stava leggendo. Si vede che mi sentivo forte dopo il colloquio in clinica, sollevata. Mi sono avvicinata e gli ho chiesto il titolo del libro. Era un libro sulla vita di Takeshi Kitano. Abbiamo iniziato a parlare, e quando ho fatto per sedermi di fianco a lui, ha tirato fuori un tovagliolo di carta, appoggiandolo a terra perchè non mi sporcassi. Era molto dolce. Mi sono detta che al mio risveglio, avrei letto il libro di Kitano.

 

La sera prima del ricovero per il trasferimento, non sapendo cosa fare, sono andata fuori dalla clinica per aspettare il sorvegliante. Quando è uscito mi sono avvicinata, fingendo di trovarmi lì per caso. Mi sentivo sicura di me perchè stavano per trasferirmi. Mi ha riconosciuto subito, e mi ha chiesto dove stessi andando. Aveva un bel sorriso, sorrideva con gli occhi e tutto il resto.

  • Non so, non avevo un’idea precisa.
  • E’ lo stesso per me. Vuoi un passaggio?

Abbiamo preso la sua macchina. Parlare con lui mi veniva semplice. Non sentivo il bisogno di dirgli chissà che cosa. Ma pensavo che non avrei sentito la sua mancanza.

Quando siamo arrivati al locale, ha lasciato le chiavi inserite nell’auto. Gli ho chiesto se non temeva che gliela portassero via.

  • Non importa. Se la rubano, si tratterà di qualcuno che ne ha più bisogno di me.

Era più attento di me ai fatti sociali. Però non mi sentivo indietro rispetto a lui per questo.

Abbiamo bevuto qualcosa, poi ci siamo buttati a ballare. Sembrava che ballassimo due musiche diverse, non seguivamo lo stesso ritmo. Non so quanto abbiamo riso.

Quando ci siamo salutati davanti alla clinica, il mattino dopo, mi ha proposto di non trasferirmi. Ho pensato che scherzasse!

E adesso eccomi qui, pronta per il trasferimento. Mi risveglierò tra vent’anni. Ho annotato il libro di Kitano sulla scheda che mi consegneranno, dopo il trasferimento. Non è bastato a cancellare la sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante. Ho una specie di rimorso, sottile e penoso. Ma sono certa che al mio risveglio non ci baderò più…

 

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