la formica (ambiente famigliare)

Uno. A casa, un qualsiasi giorno prima di andare scuola

Si sente aprirsi la porta d’ingresso, di sotto. E’ suo padre, di rientro dal giro in bicicletta. E’ uscito anche questa mattina nonostante la pioggia. Anita ha ancora un pò di tempo.

Sua madre sta preparando la colazione. Latte caldo e torta fatta in casa, senza conservanti. Sarebbe meglio alzarsi dal letto e scendere, adesso! Portarsi avanti con la pettinatura. Richiede sempre un pò di tempo. Ma c’è così tanta differenza tra rimanere a dormire, e uscire dal letto. E’ come un passaggio di stato innaturale. Come per una formica fare il formaggio. Impossibile!

Ci prova in quel momento suo padre, gridandole fuoriosamente di alzarsi. Niente da fare. Poi prova anche sua madre, con tono cantilenante, a far uscire il formaggio dalla formica.

Anita non capisce più niente. E’ naturale andare in trance quando si fa uno sforzo innaturale!

Si ritrova in cucina, mentre padre la sta già aspettando in macchina con il motore acceso. La madre di fianco a lei, in piedi, guarda una trasmissione in tv, ma si capisce che non ascolta. Indossa una vestaglia di pail a motivi floreali, allacciata stretta in vita con la cintura. Sta facendo uno sforzo silenzioso per far finire ad Anita la colazione. La soluzione potrebbe essere sostituire la propria bocca a quella della figlia, farle ingollare meglio il latte e la torta. E infatti comincia a masticare – pur non avendo nulla tra i denti. Ma non è possibile. Un altro passaggio che non c’è proprio modo di fare, e un altro black out.

Anita finalmente è con suo padre, in auto. L’uomo è quasi privo di fronte e ha occhi che emergono dal viso, senza palpebre.

Sul sedile posteriore c’è la sorella minore di Anita. Composta e rilassata. Come fa? Non ha avuto bisogno di fare nessun passaggio di stato, per trovarsi dove è ora. I capelli le cadono dolcemente sulle spalle, senza bisogno di grossi accomodamenti.

Suo padre inizia a strepitare contro tutto: lei, il tempo e il traffico. Anita si sente schiacciata da ogni parte. Le trema lo scheletro sotto la pelle, a sentire quelle urla.

 

Due. Da qualche parte, qualche anno dopo, per motivi di lavoro

C’è ancora tempo prima della riunione. Il suo capo l’ha già chiamata al telefono per raccomandarsi. Sarà meglio che la presentazione sia pronta per il cliente, senza errori.

Anita lancia uno sguardo alla collega. E’ lì da poche settimane, deve stare attenta perchè non diventi la preferita del capo. Ha un fare pacato e senza brio, in realtà. Ma ha buon gusto nel vestire, e i capelli le cadono morbidi sulle spalle. Non è il caso di chiederle aiuto.

Meglio domandare alla socia dello studio. La donna indossa un abito a sirena, allacciato sui fianchi. Guarda il report di Anita sul monitor, ma non legge. Le dà qualche classica dritta per render il tutto più chiaro. Lei avrebbe saputo far di meglio. Peccato non sia compito suo, scrivere le presentazioni! Ha un tic della lingua che ogni tanto saetta fuori dalle labbra.

Qualche ora dopo, Anita entra in sala riunioni con il prezioso documento. Il suo capo inizia ad esaminarlo con i suoi occhi sporgenti e senza palpebre.

Anita evita di guardare l’espressione del cliente. Lui non ha volto, per lei. Certamente ci sarà qualche errore nel report o qualche cosa non saprebbe spiegare, se le venisse chiesta. Meglio fingere di non vedere, di non sentire e di non essere lì.

Guarda a terra. Le sembra di veder passare una formica.

Improvvisamente scoppia un rumore assordante. Il capo volge la fronte inesistente al piano di sopra e poi guarda Anita, con l’espressione più terribile. La ragazza esce subito, per andare a controllare cosa succede. Sta fremendo tutta la struttura!

E’ una società nuova. Non può mica usare il trapano a quell’ora. Possibile che non se rendano conto? Viene ad aprirle una giovane con i capelli che le scendono morbidi sulle spalle, e il sorriso tranquillo.

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