la formica (ambiente famigliare)

Uno.

Sente la porta d’ingresso aprirsi, giu di sotto. E’ suo padre che rientra dal solito giro in bicicletta. E’ uscito anche questa mattina nonostante la pioggia…

C’è ancora un pò di tempo.

La madre starà preparando la colazione. Latte caldo e torta fatta in casa, rigorosamente senza conservanti. Sarebbe meglio alzarsi dal letto e scendere in cucina, adesso! Ma c’è così una tale differenza tra rimanere a letto, e uscire. E’ come un passaggio di stato innaturale. Come per una formica fare il formaggio. Impossibile!

Ci prova in quel momento suo padre, lanciandole un grido perche’ scenda. Niente da fare.

Poi ci prova anche sua madre, con tono cantilenante, a far uscire il formaggio dalla formica.

Non capisce più niente. E’ normale andare in trance quando si fa uno sforzo innaturale!

Quando si ritrova in cucina, padre la sta già aspettando in macchina con il motore acceso. La madre e’ di fianco a lei, in piedi, indossa una vestaglia di pail a motivi floreali, allacciata in vita con la cintura.

Sta dicendo che è tardi. La soluzione potrebbe essere sostituire la propria bocca a quella della figlia, farle ingollare meglio il latte e la torta. E infatti comincia a masticare – pur non avendo nulla tra i denti. Ma non è possibile. Un altro passaggio che non c’è modo di fare, e un altro black out.

Ora è con suo padre, in auto.

Sul sedile posteriore c’è la sorella minore. Composta e rilassata. Non ha avuto bisogno di fare nessun passaggio di stato, per trovarsi dove è ora. I capelli le cadono dolcemente sulle spalle, senza bisogno di grossi accomodamenti. Lei è la figlia perfetta.

C’è una pioggia d’inferno. Il padre inizia a strepitare contro tutto: lei, il tempo e il traffico. Le trema lo scheletro sotto la pelle, a sentire quelle urla.

 

Due.

C’è ancora tempo prima che arrivi il cliente. Il capo si è raccomandato molto. Meglio che la presentazione sia pronta per la riunione, senza errori.

Guarda la sua collega. E’ arrivata da poco, ma sembra già la preferita. Non è il caso di chiederle consiglio.

Meglio domandare alla socia dello studio. Indossa un abito a sirena, allacciato sui fianchi. Le fa vedere la presentazione. Ci sono errori? Lei avrebbe saputo far meglio, chiaro. Ma non è compito suo, scrivere le presentazioni! Ha un tic della lingua che ogni tanto saetta fuori dalle labbra.

Ora è entrata dal suo capo, in sala riunioni.

Evita di guardare in direzione del cliente. Lui non ha volto, per lei. Certamente ci sarà qualche cosa che non saprebbe spiegare, se le venisse chiesta. Meglio fingere di non vedere, di non sentire e di non essere lì.

Guarda per terra. Vede passare una formica.

Improvvisamente scoppia un frastuono. La riunione è rovinata! Le trema lo scheletro sotto la pelle.

Non si può mica usare il trapano a quell’ora.

Va subito a controllare cosa stanno combinando, si sente colpevole.

Suona al piano di sopra. Le apre una giovane con i capelli che le scendono morbidamente sulle spalle.

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