l’ulivo (3)

3.

Poi le preoccupazioni passarono. Il giorno dell’inizio della mia avventura, mi presentai di buon’ora.

Aprì la porta dell’appartamento e la richiusi rapidamente, come se dalla velocità dipendesse chissà che cosa. Ma non ero in vena di rimproverarmi: andava tutto bene. Ero dentro ormai. Scostai le tende per far entrare la luce. Perlustrai tutta la casa. Entrai nelle stanze: potevano essere dieci o venti, non faceva differenza. Avevo  una sensazione di abbondanza. Ogni tanto mi buttavo su una poltrona o su un letto, guardavo il pavimento, i quadri, i soffitti alti, mi sentivo traboccare di gioia. Ah che libertà, che agiatezza!

Pensai che fosse il momento di fare amicizia con il gatto. Avremmo condiviso la felicità di vivere qui. Si chiamava Muffin.

“Muuffiiinn? Mu mu mu muffin, muffin muffin muffinmù, muffi muffi muffi… muffee muffee muffee…”

Stavo cantando. Non troppo forte, per non farmi sentire dai vicini. In cucina trovai la scatola dei croccantini e la agitai. Apparve un micione magro e grigio. Si servì e si allontanò senza calcolarmi.

Meglio così. Non mi avrebbe disturbato. Dovevo prendere possesso di una stanza. Ne avevo già adocchiata una con il letto singolo. Ero pronta.

Avevo in mente un racconto di fantascienza.

Mi piace questo genere perché non è necessario spiegare tutto, ci si può concentrare su certi aspetti essenziali e lasciare il resto indefinito. E mi permette di parlare di cose reali, estremizzandole.

Forse perché da bambina avvertivo spesso le cose come abnormi ed esasperate.

L’aspetto più spaventoso non era che le cose fossero strane, ma che lo fossero per me, mentre per gli altri sembravano nella norma. Cercavo di non far accorger nessuno che la mia percezione era tanto diversa.

A volte non sentivo niente di niente, e un momento dopo tutti intorno a me erano intenti a fare qualcosa. C’era qualche elemento di fondamentale che mi era sfuggito. Ancora una volta non era il caso di fare storie, di mostrarmi un’estranea.

Non capivo niente. Se penso all’infanzia immagino una scatola chiusa, che non si sa se si aprirà, né che esisterebbe la possibilità di farlo (neanche teorica).

Per le mie storie, non avrei avuto difficoltà ad immaginare un mondo alieno o un contesto post nucleare.

Cominciai a scrivere. Sulla Terra, reduce da una grave epidemia, la protagonista, una giovane sui venticinque anni, seguiva la campagna elettorale per la scelta del nuovo governatore, su un monitori.

Per il candidato dell’opposizione bisognava trovare una cura che impedisse ad una certa terribile malattia di manifestarsi ancora. Il virus seguiva un ciclo ormai, da tempo: infieriva sulla popolazione, scompariva, e ad un certo punto tornava a colpire.

Il governatore uscente si concentrava invece su altro: costruzione di palazzi moderni, resort, sale da gioco. Ravvivare il panico ai fini della campagna elettorale, per lui, non era che un modo per soggiogare la popolazione.

Lo sfidante l’accusava di rispondere ad una domanda di normalizzazione, di voler rassicurare i suoi elettori, allontanando irresponsabilmente il problema.

La giovane spettatrice decideva di sostenere quest’ultimo candidato. Era giusto mettersi al riparo da una prossima ricaduta, vincendo l’indifferenza e l’egoismo.

Scrissi fino a tardi. Che racconto originale, profondo, pieno di sfumature e ambiguità. Quanta verità condensata in poche pagine… Che giornata produttiva, esaltante, perfetta!

4.

La mattina dopo rilessi il manoscritto e non mi sembrava più tanto bello.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...