l’ulivo

1.

Suonai il campanello dei Balti e attesi.

“Chi è?” chiese la voce femminile al citofono.

“Sono Anita perilcolloquio… Sono venuta per il colloquio” ripetei, scandendo meglio le parole.

Mi aspettavano certamente, là di sopra. E se non fosse stato così, avrei potuto farmi ricevere comunque. Dipendeva da come avrei risposto.

“Ho appuntamento con la signora Balti”, ripresi. “Abbiamo parlato ieri al telefono per il lavoro in agosto, per badare all’appartamento”.

Anche se era la Balti al citofono, poteva aver dimenticato l’appuntamento. Meglio ripetersi, ristabilire gli equilibri: qualcuno avrebbe usato pazienza, cautela, rispetto. Qualcun altro era libero di ricordare o meno, poteva fare come voleva, non andava messo in difficoltà o colto impreparato per nessun motivo.

Finalmente udì il clic elettrico del portone che si apriva.

“Quinto piano”.

“Grazie”, gridai infilandomi dentro.

Attraversai l’androne, finì dritta in ascensore, premetti il pulsante del piano. Poi mi guardai nello specchio della cabina. Avevo uno sguardo distaccato e indifferente. Possibile che fossi già stanca di questa farsa?

Uscì e vidi una porta che si apriva. Mi sentì di nuovo concentrata, ben disposta. Una donna di media statura e con le spalle dritte emerse dall’appartamento. Aveva i capelli grigi, con un taglio curato e semplice.

“Buongiorno, tu devi essere Anita”. “Buongiorno, piacere”.

Entrammo. All’inizio mi parve tutto indistinto. Dopo un pò mi resi conto di un ambiente in penombra, delimitato da giganteschi divani sul fondo. Ci eravamo messe a sedere a un tavolo che attraversava la sala per intero. Vivere lì sarebbe stato un sogno.

La signora Balti aveva iniziato ad elencare i compiti da eseguire in sua assenza, cercavo di ascoltare. Dar da mangiare al gatto (c’era un gatto, quindi, ma in quel momento era nascosto), innaffiare le piante.

Guardai le tende chiuse. Si intravvedevano le ombre dei vasi, e una massa di foglie sopra a un arbusto lungo e spaventosamente contorto. Sembrava un ulivo. Non pensavo che si potesse tenere un ulivo in balcone.

Mi ero distratta. Cercai di ripescare rapidamente le ultime parole della Balti: niente di complicato. Feci un cenno di sì convinto con la testa.

“E poi questo appartamento così bello invoglia davvero ad averne cura”. Aggiunsi, per compiacere. Non so, forse fu poco professionale. Temetti di aver rovinato tutto. Fortunatamente non mi congedava ancora, mi chiese dell’università. Le dissi che aspettavo le correzioni della tesi per finire.

“Come mai le interessa questo lavoro?”

Voleva capire se avessi buone intenzioni. Bastava dirle la verità.

“Cerco un posto dove potermi concentrare. A me piace scrivere… Ambisco a questo spazio confortevole, silenzioso, che non è mio, per rastrellare le idee, stanarle ovunque si trovino – sperando che siano da qualche parte – e bloccarle sulla carta”.

Forse avevo esagerato, ma non volevo sembrare reticente. Meglio mostrarsi spontanei in certi momenti.

Dopotutto mi sentivo più sollevata, avevo trovato la mia dimensione. Non ero più un essere in attesa, senza mordente!

“Io e mio marito partiremo tra quindici giorni. Staremo via per sei settimane.”

“Certamente, va bene.”

Non sapevo a che cosa stessi dicendo va bene. Va bene, va bene. Di nuovo la mente offuscata.

Rimasi da sola. La Balti si era alzata per andare da qualche parte. Tornò porgendomi qualcosa.

“Ecco qui. Fai attenzione a non perderle”. Le chiavi dell’appartamento. Avevo ottenuto il lavoro.

2.

Quella sera faticavo ad addormentarmi. Pensavo le peggiori cose.

(continua)

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