il corpo. Parte due

I primi segnali di anomalia erano arrivati alle h. 4.20 del giorno 6 agosto. Provenivano dal centro di detenzione della settima zona. Il medico di guardia aveva contattato l’ispettore di polizia.

– Ispettore, sono Hoffman, la chiamo per un allarme al laboratorio di zona sette. Spero non sia niente di grave ma… è come se qualcuno stesse prelevando la cella di un detenuto.

– Va bene dottore. Sarà meglio allertare la pattuglia.

– No, aspetti ispettore… resti in linea un momento, per favore.

Hoffman aveva chiamato un collega.

– Vedi il puntino che si muove sullo schermo? – aveva chiesto Hoffman.

– Sì. Di chi si tratta?

– E’ Marcos Fernandez, è la sua cella. Ma Fernandez è stato prelevato sette giorni fa.

– Ne sei sicuro?

– Certo. Ha scontato la pena. Otto anni di reclusione…

– Allora sono le immagini di una settimana fa. E’ la registrazione del suo prelievo. Quante celle ci sono in laboratorio?

– Dopo il rilascio di Fernandez sono rimaste nove celle, ma qui ne risultano dieci. Avviso la polizia… Pronto, ispettore?

– Sono qui.

– Scusi ma si è trattato di un malfunzionamento. L’allarme segnala il prelievo di una cella che non è più presente in laboratorio. Mi dispiace averla disturbata.

– Si figuri. Buon lavoro dottore.

Alle h. 4.31 Marcos Fernandez aveva inserito nel recipiente per il trasporto del materiale organico le prime sei celle. Si era reso conto che il contenitore non era abbastanza ampio e che non avrebbe potuto introdurne altre. Intorno a lui c’era silenzio, ma sapeva che l’allarme era già partito. Aveva tolto il coperchio dalla cella numero sette. Aveva sentito il liquido caldo. Aveva afferrato il telencefalo morbido e vischioso e stretto il pugno. L’encefalo era sgusciato via facendosi strada tra le sue dita. Aveva ripescato le parti più intatte e le aveva schiacciate contro le pareti della cella, mentre frammenti di materia organica nuotavano nel liquido o andavano a depositarsi sul fondo. Poi era passato alla cella numero otto.

Alle h. 4.39 il dottor Hoffman aveva cominciato a dubitare che si trattasse di un malfunzionamento. Gli allarmi segnalavano l’interruzione dell’attività cerebrale di tre celle su dieci. Aveva richiamato l’ispettore di polizia.

– Ispettore, sono Hoffman. Forse sarebbe meglio se poteste controllare. Pare si stia verificando lo spostamento di sette celle compresa quella del Fernandez, e l’interruzione di altre tre.

– Stiamo arrivando.

2.

Alle h. 6.25 del giorno 7 agosto il dottor Philippe Werner era ancora nel suo letto d’albergo, presso una tranquilla località di villeggiatura. La temperatura era mite, e Werner aveva dormito con la finestra aperta. Stava avvertendo dei ronzii e dei mormorii indistinti sopra la sua testa.

– Dottor Werner, com’è possibile che un ex detenuto sia entrato in un centro di detenzione di massima sicurezza per uccidere tre detenuti ed allontanarsi indisturbato, portandosi via sei celle?

Werner aveva provato a rispondere, ma aveva ancora la bocca impastata dal sonno.

– Hanno capito tardi… Il Fernandez si è introdotto nel laboratorio con un corpo artificiale… ne era stato dotato al termine della pena…

– Dottor Werner, mi sente? Perché si era opposto alla creazione di un laboratorio per gli encefali dei detenuti?

– Mi ero opposto… Era contrario alla riabilitazione dei condannati… quello che è successo ne è la prova…

– Professor Werner, lei conosceva Cristina Landi, che sette anni fa aveva assassinato una donna per prendere il suo corpo artificiale. Che rapporto aveva la Landi con Marcos Fernandez? Sa dirci perché l’ex detenuto ha rubato la sua cella insieme a quella di altri cinque?

Werner aveva aperto gli occhi ed era stato colto dal panico: il soffitto della sua camera era pieno zeppo di droni informatori.

– Che cazz… Andate via! Fuori dalla mia camera, maledetti! – Aveva gridato.

Aveva afferrato il reset sul suo comodino e sparato ai droni che erano volati fuori dalla finestra. Poi aveva chiamato il servizio in camera per farsi dare una stanza pulita.

continua

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